Roma 15 Ottobre, via Labicana: ore 16:33…

Cosa è stato il 15 ottobre? Le cronache e le analisi già si sprecano. Come nel più classico dei copioni gli attori della politica utilizzano i fatti per la loro sopravvivenza. Il movimento prova a leccarsi le ferite, gli opinionisti sbrigano velocemente la pratica con lo schema buoni-cattivi. Nel mio piccolo posso raccontare cosa ho visto in prima persona, fotografando tutto ciò che è venuto prima di San Giovanni. Da via Cavour si era capito che l’aria di festa, musica e colori era un bluff. Con Franco, mio compagno di viaggio, abbiamo stabilito l’orario del Riot tra le 16 e le 16:30: così sarà. Già prima delle 15 via Cavour brucia per il fumo nero di Suv anneriti e scintilla di vetrine infrante per gli “espropri proletari”. Poliziotti in borghese (evidentemente già sanno) fanno la spola nei bar e nei ristoranti in prossimità del Colosseo: «via sedie e tavolini, bisogna chiudere». Dall’altra parte c’è una barriera di blindati che separa il corteo da piazza Venezia. La manifestazione sfila tranquilla e ignora quel limite invalicabile: è la conferma che non ci sarà “l’assalto ai palazzi del potere”. Però qualcuno ha preso alla lettera quell’appello ed ha anche capito che non ci sarà nessun tentativo di sfondamento. Sono centinaia di giovani di nero vestiti, alcuni minorenni, e hanno accento piemontese o lombardo-veneto. Si sono distribuiti lungo tutto il serpentone e sono tanti, forse mille. Un primo blocco, bardato di caschi, mazze ferrate, petardi e benzina, si posiziona in un punto nevralgico del corteo: subito dopo la testa e davanti allo spezzone dei Cobas. E proprio con i sindacalisti di base ingaggiano un duello verbale lungo i Fori imperiali, scaramucce che si trasformano quasi in un corpo a corpo. Da un lato ci sono giovannissimi e dall’altro adulti e vecchi militanti: due generazioni con due punti di vista completamente diversi. In giro si notano elementi strani che chiacchierano al telefono, avvicinano i duri e spariscono dopo un secondo. Per un’ora sembra esserci una tregua che termina all’imbocco di via Labicana. Qui inizia più forte che mai l’assalto alle agenzie interinali, alle banche, ad altre auto parcheggiate e anche a un bar. Ma il pezzo forte è un edificio del ministero della Difesa. Dal tetto si alza un fumo denso e la copertura crolla: sono le 16:33. Da una traversa di piazza Clemente spuntano a tutta velocità auto, furgoni e blindati di celere e carabinieri. Dietro ai finestrini hanno i mitra spianati. Il loro obiettivo squarciare il corteo e permettere ai Vigili del fuoco di spegnere il focolaio nella sede ministeriale. Io e Franco evitiamo di qualche metro l’arrivo dei mezzi mentre sostiamo sui binari del tram. Guardiamo l’orologio: tutto come previsto. Intorno a noi è il caos e facciamo riparare un gruppetto di ragazzine con poco meno di 16 anni. Più avanti inizia la battaglia con le sassaiole e il fuggi fuggi di piazza San Giovanni. Sono le 17 e dietro c’è ancora una moltitudine immensa con la coda ancora in via Cavour. I balli e i canti ignorano il frastuono dei vetri infranti, di lascrimogeni e delle bombe carta. Arriva l’ordine di deviare in piazza Vittorio e, risalendo verso piazza dei Cinquecento, si sente sempre l’odore acre delle auto bruciate. Un giovanotto con barba e capelli ricci, bandiera rossa in spalla, ci chiede con gli occhi spalancati: «Quanti siamo? Tanti? Ma cambia qualcosa?». Non possiamo dargli una risposta che, nel prossimo futuro, riguarderà milioni di persone di questo Occidente moribondo.

Considerazioni: Black bloc, delinquenti e facinorosi. Non mi appassionano mai le semplificazioni, buone per gente come Gasparri o per un titolo a pagina 2. Quello che è accaduto il 15 non c’entri nulla con il G8 ed eventi simili (molti ragazzi presenti il15 nel 2001 avevano poco mendo di 9-10 anni). Credo che siamo di fronte a un movimento nato dalla rabbia sociale di una Crisi irreversibile e che debba fare i conti con la violenza. Per quanto stupida, fine a se stessa e priva di risultati, c’è chi pensa di combattere in questo modo una guerra che nasce dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza e per il futuro. Allora bisogna interrogarsi sulle parole. L’appello per la giornata del 15 era inequivocabile: “In marcia verso Montecitorio”, “Assaltiamo i palazzi del potere”. Alcune centinia di giovani lo hanno preso alla lettera. Eppure nel movimento ci sono tante anime che non hanno mai praticato questo tipo di radicalità: dall’associazionismo laico agli attivisti referendari per i Beni comuni passando per le organizzazioni sindacali giovanili. Come ha detto Francesco Raparelli, uno dei protavoce romani del movimento, vale la pena interrogarsi sul rapporto tra le pratiche e la democrazia: chi e come si sceglie di stare in piazza. Infine, sul balletto delle posizioni e delle parole della poltica vale la pena rileggere un passaggio di Adriano Sofri, oggi su Repubblica: «Ultimo punto. Ormai il rapporto fra politica di professione e “movimento” è diventato un capitolo della separazione tra garantiti e precari.: quelli che di politica vivono, e stentano sempre più (ammesso che ci provino) a infiltrarsi come dovrebbero, nei movimenti; e quelli che non hanno di che vivere o oco, e ne nutrono la propria politica. Topi di città e di campagna, che non si incontrano. I secondi pensano di ricominciare da zero. I primi pensano per lo più che i movimenti passano, gli assessori restano. Possono avere brutte sorprese». Nel bene o nel male, che sia solo l’inizio.

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