(In)utili fuochi: capita a Napoli…

Sta accadendo qualcosa a Napoli. Una generazione di giornalisti e scrittori corre su una propria strada e senza saperlo capita pure che riesca ad incontrarsi. Capita che questi giornalisti e scrittori corrono solo a grazie al loro talento e alle loro intuizioni. Capita che ad unirli sia una narrazione differente della città e del proprio tempo. Capita, inoltre, che facciano tutto questo rotolandosi quotidianamente negli affanni della precarietà. Capita, infine, che arrivino alle attenzione dei lettori senza gli ammiccamenti alle nicchie della conservazione  e nemmeno per gli strusciamienti con l’assessore di turno in cerca di finanziamenti pubblici. Forse questi scrittori non lo sanno, ma se ci fosse un osservatore attento chiamarebbe “movimento” il fermento editoriale e culturale degli ultimi mesi nella capitale arancione. Di cosa sto parlando? Allora, parto dalla fine. È in uscita il nuovo romanzo di Raffaella R. Ferrè, “Inutili fuochi”. È roba che non si trova facilmente sugli scaffali di una libreria e non perché lo dico io (e le voglio bene), ma perché lo dice uno come Francesco Durante. Poi c’è quel tipo flegreo di Antonio Menna che con il suo Se Steve Jobs fosse nato a Napoli è arrivato in mezzo mondo grazie al suo genio e alla sua fantasia. Poi ci sono i libri-inchiesta, quelli scritti dai giornalisti brutti, sporchi e cattivi. Tanto cattivi che quei libri vogliono distruggerli. Parlo degli autori de Il Casalese e soprattutto di Ciro Pellegrino, Antonio Di Costanzo (già autore nel 2011 di Volevo solo svegliarmi tardi la mattina) e Arnaldo Capezzuto. Al loro coraggioso editore Cento Autori il fratello di Cosentino ha chiesto anche un risarcimento di 1,2 milioni di euro mentre il giudice ha per fortuna scongiurato il sequestero delle copie.

Ovviamente non cito ciò che mi riguarda, sarebbe di cattivo gusto: sono altri che devono dirlo.

Poi ci sono altre esperienze come nel campo dell’immateriale se penso a Punto Zero Camp e alla Balena con la reconquista dell’ex Asilo Filangieri. Penso all’impegno civile dei ragazzi di Radio Siani sotto la guida di Amalia De Simone, giornalista d’inchiesta. E ancora mi vengono in mente le sperimentazioni del centro Dada nell’ex bar dell’Università centrale e ci sono i tanti spazi occupati di Napoli e provincia. Ricerca, informazione, cultura, immateriale: che ruolo devono avere? Non credo sia quello di dirigersi verso altre galassie che puzzano di nicchia e di vecchio, ma di restare con la testa piantata sulla terra. In una Napoli devastata dalla crisi e dalle tensioni sociali c’è una generazione che trova pochi riferimenti e c’è un precariato metropolitano che deve conquistarsi un proprio spazio di rappresentazione. Occorrono luoghi spurgati dalla propaganda e dal clientelismo, occorrono spazi dove è possibile raccontarci che non va per nulla bene quello che si vede in giro  e provare ancora a sperimentare, ragionare, elaborare. E magari, qualche volta, è giusto farlo per potersi raccontare anche la bellezza.

Non so se queste mie parole possono interessare a qualcuno, ma sono convinto: questi “(In) utili fuochi” bruciano ancora.

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