Le voci di dentro

regiggino

 

Lo spettro del dissesto finanziario, il commissariamento del Teatro San Carlo. Luigi de Magistris si sente accerchiato, ma in realtà Napoleone è solo. Lo avevo detto ad agosto 2013 dopo i guai giudiziari dei suoi assessori, però adesso la faccenda è più complicata. Personalmente ho già scritto sul bilancio di questo Amministrazione, ultima in ordine di tempo con Ciro Pellegrino su MicroMega. Oggi l’ex pm paga la prima, grande colpa: aver tradito il sogno ed essere sordo alle “voci di dentro”. Come nella grande commedia di Eduardo il corpo vivo di questa città somiglia a Zì Nicola, vecchio silente che comunica con il mondo attraverso i fuochi d’artificio e assiste indifferente a ciò che accade.

In questi due anni e mezzo Napoleone pensava di godere di una fiducia incondizionata dopo 10 anni di malgoverno e risolvere con la bacchetta magica i problemi di un Comune pieno di debiti. Napoleone non ha puntato su quelle cose per cui non servono Piani pluriennali: creare legami, costruire comunità. Dalle scuole alle biblioteche nei quartieri della città, dai mondi della cultura critica e dell’associazionismo, dai comitati e alle sofferenze sociali, l’inquilino di palazzo San Giacomo è rimasto sordo alle “voci di dentro” ed è rimasto solo nel suo Luna Park: ascoltare queste voci è l’unica possibilità adesso per non ridursi ad addomesticato ragioniere della dottrina dell’Austerity.

Propongo due riflessioni più complesse del chiacchiericcio intorno a un assessore dimesso o allo strepitìo degli ultras pro e contro. Ecco le voci di dentro.

Dice Alfonso De Vito (attivista): “Finora il bilancio politico dell’amministrazione De Magistris non è certo positivo. La pochezza oggettiva delle risorse economiche, l’eredità di una macchina comunale opaca e viscosa, le improvvisazioni del Sindaco e un coraggio politico sempre a metà del guado hanno mostrato tutti i limiti rispetto alle promesse della giunta arancione. Ricordo su tutte la questione ambientale e l’ambizione rimasta nel cassetto di un piano rifiuti virtuoso e autonomo da quello speculativo e inquinante della regione. Ci sono poi i debiti verso i lavoratori del sociale e tanti altri buchi. In questo quadro però, come sindaco di una città già disastrata. su una serie di terreni socialmente sensibili De Magistris ha cercato di resistere rispetto ai dettami dell’Austerity: penso alle partecipate comunali, alla questione delle insegnanti precarie, alla difesa dei servizi pubblici dalla privatizzazione, perfino alla vicenda del San Carlo. Se ora l’amministrazione comunale cade non per la spinta sociale a superare i suoi limiti, ma sul diktat di “più tagli e più privatizzazioni” è una pessima notizia per me (Non a caso probabilmente la decisione della corte dei conti territoriale arriva pochi giorni dopo il nuovo input dell’eurozona all’Italia di fare più “spending review”).  Se il modello è quello di Genova è una pessima notizia. Rischiamo di essere al solito il terreno sperimentale per il nuovo giro di vite della crisi. Se la conseguenza sarà il commissariamento e quindi l’amministrazione “controllata” con una spending review molto più rigida, il blocco di finanziamenti e programmi, di qualunque turn over, ulteriori tagli ai trasporti e alle politiche sociali è una notizia durissima per la popolazione di questa città! Il resto delle considerazioni sono pippe per lo meno altrettanto indecorose dei narcisismi del sindaco. È evidente come in questa storia pesano anche l’isolamento della giunta rispetto alla (pessima) partitocrazia delle larghe intese e la subalternità del territorio meridionale (basta pensare ai pur insufficienti interventi salva-Roma di cui hanno beneficiato Alemanno e ora Marino. Stiamo parlando pur sempre dell’ipotesi di mandare in amministrazione controllata, col blocco di quasi tutti i pagamenti, la terza città d’Italia!)”.

Lo stesso sforzo lo hanno fatto due giovani attivisti come Eleonora De Majo (ricercatrice) e Andrea Salvo Rossi (studente) sul portale Global Project: “L’apertura di un ragionamento sull’austerity – e sulla possibilità di individuare nel nodo crescita/competitività un ulteriore e in parte differente asse della governance neoliberale – ci aveva profondamente interessato.  Un ragionamento che – a partire dalla nostra parzialità – deve essere necessariamente articolato a partire da una questione molto poco astratta o macroscopica: la bocciatura del piano di rientro finanziario del Comune di Napoli da parte della Corte dei Conti. Uno scenario che allude ad ipotesi di commissariamento, con l’imposizione di una spending review ancora più stretta e la conseguente sfilza di tagli e privatizzazioni, cioè – concretamente – liquidazione dei servizi, delle politiche sociali, perdita di migliaia di posti di lavoro, svendita del patrimonio pubblico.  Automatismi della crisi, tanto più veloci quanto più manca – a fare da argine– quel tappo clientelare (e dunque in grado di esprimere potere contrattuale reale sulla sorte di alcuni territori) della partitocrazia rispetto alla quale comunque – nonostante i limiti innegabili e il sostanziale fallimento dell’esperimento arancione rispetto alle aspettative – il comune di Napoli rimane smarcato.  Poco importa, per il discorso che stiamo facendo, se questo scenario –il cui iter giuridico è evidentemente lungo e complesso – porterà alla blindatura tecnocratica dell’assessorato al bilancio o ad una giunta definitivamente remissiva e pienamente assorbita dal ruolo di ragioneria e curatela fallimentare cui sono condannati tutti i livelli di amministrazione statale: il punto è capire come ha funzionato la leva della crisi nella chiusura irreversibile degli spazi di democrazia, con una rappresentanza sostanzialmente liquidata molto più dagli organismi di governance transnazionali che non dalla forza costituente delle moltitudini, per quanto questo sia difficile da ammettere”.

È arrivato il momento di ascoltare le voci di dentro, distinguere i sogni dalla realtà prima che questa ci cada addosso (se non è già avvenuto). È una realtà complessa a cui tutti sono chiamati alle proprie responsabilità, quelle da cui sono scappati via partiti, sindacati e una “intellighenzia” protesa verso l’autoconservazione e la gestione. Servono nuovi spazi, nuovi luoghi di ascolto, elaborazione e confronto. Non è il più il momento dei giochi e degli yesman: tempo scaduto, per Napoleone è davvero l’ultima chiamata.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.