Quando torno nel mio quartiere

le mani su napoli est

“Le mani su Napoli est”: locandina dell’evento in programma il 22 maggio a San Giovanni

“Dobbiamo fare qualcosa, organizziamo un dibattito: facciamo casino”.  Le sollecitazioni arrivano dopo l’incendio al campo rom di Poggioreale. Fare qualcosa per San Giovanni, Napoli est? Cosa? Da alcuni anni non vivo più nel quartiere ma ci torno ogni settimana. E ogni volta vedo con sguardo più freddo lo stato di abbandono, lo svuotamento e l’immobilismo. Nell’anno 2001  gli allora Ds (oggi Pd) promettevano con roboanti manifesti elettorali la balneabilità del mare: oggi la periferia orientale ha lo specchio d’acqua più inquinato della Campania. In questi anni non ha pagato il clientelismo che ha garantito le carriere politiche di alcuni, qualche piacere nelle case comunali ai cittadini, orfani di un riferimento sociale. I quartieri della prima Casa del popolo, di Bordiga e della resistenza giacobina del 1799, hanno esaurito ogni forma di attivismo e, infine, la gioventù universitaria ha abbandonato ogni forma di impegno o presenza sul territorio. Il risultato è quello evidente, sotto gli occhi di tutti: gruppi di interesse imprenditoriale e politico fanno e disfano a loro piacimento, senza  uno spazio pubblico di critica e dissenso.  Nel silenzio generale qualcuno ci prova, qualcuno prova a levare un grido. E allora ho preso il telefono e ho chiamato Carmela che non ha esitato un secondo: “tesoro mio, il 22 l’Oasi è totalmente disponibile”. E allora anche con questo nuovo libro torno nel mio quartiere.

Quando torno a San Giovanni non posso mai un ospite, quel luogo mi riguarda. Le strade e le storie ritornano sempre in ognuno dei quattro libri che ho scritto in questi anni. Perché, anche se parti o vai altrove, non puoi scappare dalle tue radici. A due passi da quel mare nero catrame c’è la mia famiglia, ci sono gli amici e i miei compagni, ci sono quelli portati via da un buco di eroina o da una maledetta malattia. E poi ci sono stati gli spazi di civiltà. Ho conosciuto il teatro di strada del gruppo Zoe, le porte aperte ai bambini nella comunità del Piccolo Principe e Figli in Famiglia, la scommessa pazza di “Crescere insieme”; a Ponticelli ho visto la determinazione di Paola per i Rom mentre bruciavano quelle baracche, ho sostenuto la generosa battaglia del Comitato civico contro la centrale a Turbogas. Oggi vedo il sogno di quella testa pazza di Giovanni Savino e del suo circo sociale a Barra e i colori di Officina 99 nel deserto di Gianturco. Poi ci sono i murales di Peppe Zinno e quelli nuovi di Raffo, i ruderi del Fortino di Vigliena e l’archeologia industriale di vecchie fabbriche abbandonate. Ogni rivedo Gianni il tabaccaio, Pasquale il fruttivendolo, Nicola il salumiere che in periodo elettorale mi pone la stessa domanda: “Pè, ma a chi amma vutà?” . Ci sono gli operai che hanno cresciuto una generazione diventata precaria ed emigrante e ci sono quelli che al cantiere hanno preferito droga e piombo. E poi ci sono Genny, Gaetano, Sandro, Mimmo, Antonio con cui si condivideva l’ultima bandiera rossa. E Max, Toni, Peppe, Ciro e quei ragazzi che “abbiamo fatto il collettivo studentesco”.

Tutto questo mi appartiene e allora il 22 maggio non sarò ospite: vengo ad ascoltare, voglio sapere cosa ha da dire la mia periferia.

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