Napoli, “i muschilli” e il ritorno delle parole

merdiana-opera

Opera dell’artista Peppe Zinno

Viviamo in un posto che sembra non cambiare. Capita che chi fa il mio mestiere si ritrova di fronte agli stessi fenomeni sociali e criminali. Capita che per raccontarli le parole ritornano, stanche e cariche della stessa rabbia. In queste settimane Napoli vive una faida che non gode di grandi attenzioni mediatiche e politiche. Quando non si tratta del brand Gomorra o Terra dei fuochi non importa un granché. Questo scontro criminale vede protagonista un’altra periferia, San Giovanni a Teduccio (con gli altri rioni a est della città) fino al centro storico. Tutti contro il clan Mazzarella, da sempre egemone in questa fetta di città. Solo che per fare questa guerra ci sono ragazzi, spesso minori o al massimo con un’età di 20 anni. Li chiamano “baby boss” o la “paranza dei bimbi”. Due, tre, cinque sono già caduti sotto il piombo di questa guerra. No, non c’è grande indignazione. In fondo a Napoli si è abituati, da quando Giancarlo Siani raccontava i “muschilli” del suo celebre articolo. Non ci si inventa niente e allora posso solo far tornare le parole che ho scritto su un “muschillo” immaginario che racchiude in sè i tanti “baby boss” con cui sono cresciuto in quello stesso quartiere orientale. E lo faccio con un estratto del primo capitolo di Senza Traccia, il libro scritto con Antonio Musella nel 2013 con la prefazione del grande Don Andrea Gallo

 

Era un sabato uguale agli altri. I carrelli della spesa correvano veloci dalle scale mobili alle auto parcheggiate. Mamme e papà facevano i conti con le promozioni più vantaggiose. I loro figli sorridevano nello spazio giochi e gli adolescenti facevano casino davanti alle vetrine luccicanti. L’estate mordeva nervi e pazienza e il nuovissimo Centro commerciale dello Stradone di Ponticelli era la scatola perfetta per consumare il pomeriggio prima della domenica. Dentro i corridoi con le vetrine i condizionatori sputavano aria fresca e davano sollievo a chi scendeva dalle case della Ricostruzione. Fuori no. Fuori il sole piombava in testa e l’asfalto sembrava sciogliersi sotto le scarpe. Genny Brò era lì, al solito posto. Seduto sulla sella del suo Sh Honda nero. Per la prima volta osservava tutte queste persone a cui aveva sempre mostrato indifferenza. Non era mai andato oltre un chitestrammuorto per chi rifiutava di mollare un euro o lo scrutava un secondo di troppo. Per la prima volta guardava veramente ciò che si muoveva intorno a lui, quei volti, quei sorrisi. Lo faceva dopo tre anni in cui aveva eletto a suo regno quello sputo di strada.

Aveva bruciato le tappe il muschillo, si era messo in mostra per la capacità di amministrare gli affari. A 14 anni sfrecciava sullo scooter per trasportare le bustine di polvere bianca e altra fetenzia da un quartiere all’altro. A 15 aveva pestato a sangue un pusher avversario che voleva fare il furbo, permettendo di recuperare un po’ di quattrini al clan. A 16 ebbe l’investitura ufficiale di capopiazza con tanto di cerimonia ufficiale nei capannoni delle via delle fabbriche abbandonate. Ora, a 17 anni compiuti, maneggiava una pistola e gestiva uno spaccio giornaliero che poteva fruttare fino a diecimila euro. Il soprannome Brò era la napoletanizzazione dell’inglese brother: quelli del boss potevano fidarsi di lui come fosse un fratello. Le sue responsabilità non si esaurivano qui. A lui toccava gestire e controllare le puttane sotto il ponte dell’autostrada. Le ragazze dovevano consegnargli cento euro al giorno oppure concedersi in natura se fosse mancato qualche centesimo di euro. Fare il parcheggiatore abusivo davanti al centro commerciale era solo una copertura. Il suo business era un altro. Il suo sogno era diventare il capo, il nuovo boss. Finalmente avrebbe potuto comandare e scopare le femmine con le tette grandi senza doversi sempre chiavare le nigeriane e le rumene che battevano solo al Viadotto. E, soprattutto, avrebbe potuto dimenticare. Dimenticare il padre morto sul cantiere edile, la madre a cui non aveva la forza nemmeno di fargli un sorriso e ricordarsi che un giorno era stato un bambino. Troppo impegnata ad allevare i suoi due fratellini di otto e nove anni. Troppo distrutta dalla perdita di quel marito volato giù dall’impalcatura e dal suo lavoro di muratore pagato a nero. […]

(info sul libro: contatta l’autore o clicca sul titolo Senza Traccia)

 

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