Razzismo, pogrom e il ritorno delle parole/2

unitedAncora una volta la cronaca mi riporta a parole già scritte. Nelle ultime 48 ore ho raccontato sul giornale che dirigo, www.nelpaese.it, le violenze razziste e fasciste tra Treviso e Roma. Mentre uscivano news e immagini sono tornato a quel maggio 2008 quando ho visto con i miei occhi cosa significano pogrom e razzismo. In quella settimana a Ponticelli, nonostante cause e contesti diversi, iniziava a crescere quella vecchia abitudine italica: il mediocre odio verso chi non ha niente. Ho raccontato quei giorni nel mio primo libro, Scripta – Diario clandestino di un cronista precario (Cento Autori, 2011). Ecco un passaggio del capitolo Maggio.

La settimana compresa tra il 12 e il 18 maggio 2008 segna uno spartiacque per questa città e per tutto il Paese. Uno degli ultimi baluardi della storia novecentesca del Belpaese, fatta di lotte operaie ed emancipazione, viene sepolta da un semplice manifesto. Quello affisso sulle pareti del quartiere Ponticelli dal Partito Democratico, che recita così: «Via i campi rom». Un vero e proprio cappello politico alla furia incendiaria delle bande criminali e dei cittadini.

Centinaia di famiglie e decine di bambini sono costretti a scappare di notte, sui tricicli o mezzi di fortuna. Solo per puro caso non si registra nessuna vittima, a parte quelli che vengono picchiati dalle ronde di ragazzini sui motorini. Arrivo alle undici di sera di lunedì 12 in via Malibran, accompagnato dai gruppi della rete antirazzista, e avverto l’onta di quella che sta accadendo. I rom sono raggruppati in un angolo del campo al buio, le mamme stringono i bambini in lacrime, la polizia si rilassa a controllare i guaglioni sugli scooter e i rappresentanti istituzionali si affaccendano a organizzare la fuga. In quel momento mi viene in mente il film di Vittorio De Sica, “Miracolo a Milano”. Quelle stesse facce somigliano molto ai volti dei baraccati del dopoguerra nel capoluogo lombardo. Continuo a restare incredulo che oggi si possa classificare la miseria indicandone la razza o il colore della pelle.

Nessuna autorità si preoccupa di respingere quella massa inferocita. Nessuna istituzione sembra avere il minimo interesse ad affermare il Diritto. Alle otto del mattino successivo, nel campo deserto, trovo un gruppetto di balordi e piccoli pregiudicati del rione De Gasperi che piantonano le baracche. Li vedo parlottare con il commissario che faceva cenno loro di ripassare più tardi. Vogliono impossessarsi del ferro e del rame nascosto nel campo sotto un telone giallo.

«Quello era il nostro mestiere» mi gridano, «Ci riprendiamo ciò che è nostro». Davanti a quella scena mi venne in mente un altro film, uscito quell’inverno, “Io sono Leggenda”, con Will Smith, storia dell’ultimo uomo rimasto in una New York deserta, tra ex umani diventati belve feroci che divorano ogni essere vivente. Mi trovo nel bel mezzo di un rastrellamento e mi stropiccio gli occhi: ma dove sono? In quale epoca mi trovo? Queste scene le avevo studiate sui libri di storia e ora le raccontavo sulle pagine del Corrierone. Ho visto, sentito e letto colleghi che avanzano le teorie più disparate sulle cause di questo pogrom. Pochi conoscevano l’antefatto, alcuni parlavano di sollevazione popolare, altri si limitavano al copia e incolla dalle agenzie.

Il pomeriggio del giorno successivo assisto in diretta a un secondo attacco. Ora l’obiettivo di alcuni residenti è un altro campo. Quasi per difesa, la mia mente si isola guardando gli occhi azzurri e il sorriso di Florin, mentre un drappello di donne cerca di assaltare le baracche sotto il ponte di via Argine. Lo avevo conosciuto un mese prima quando, insieme al presidente provinciale di Opera Nomadi, avevo visitato la baraccopoli. I suoi lineamenti si distinguevano dal resto del gruppo. Occhi celesti e capelli biondi, 23 anni, Florin sembrava il principe azzurro delle favole dei bambini. Mi accolse con un sorriso: mi aveva riconosciuto. Mi disse che tante volte ci eravamo incrociati, nel mio girovagare per la città, agli incroci di piazza Garibaldi dove passava la sua giornata da lavavetri.

Quel mercoledì di metà maggio, io e Florin siamo separati dalla reti metalliche e da un cordone di poliziotti. Riesco a chiedergli se ha paura. Mi risponde sorridendo: «Ci penserà Dio». Invece proprio in quei giorni, le fiamme, l’odio e il denaro avevano inchiodato Cristo sulla croce.

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