Dal 23 novembre ’80 il sisma sociale di Napoli

siamo tutti sovversiviIl 23 novembre del 1980, giorno del terremoto in Irpinia, avevo un anno e mezzo. Sono cresciuto con le conseguenze urbane, sociali e ambientali di quel sisma. Per capire il presente che vivevo a fine anni ’90 e negli anni 2000 mi sono documentato, ho ascoltato storie, testimonianze e, soprattutto, ho vissuto in un quartiere che visto mutare la sua forma urbana dopo quel giorno.

Nel 2013, mentre si celebravano i 50 anni dal film di Franco Rosi, scomparso a gennaio di quest’anno, ho curato personalmente il primo capitolo del mio secondo libro-inchiesta Le mani nella città. Perché è da quei numeri e da quelle storie che si può capire Napoli, anche dopo 35 anni. E perché in questi giorni di tristi ritorni politici, occorre fare memoria di chi ha lottato e ha pagato sulla sua pelle, senza avere mai accuse di corruzione o di collusioni mafiose e hanno combattuto davvero le camorre.

Il terremoto del diritto alla casa

Sessantamila miliardi di vecchie lire. Trenta miliardi di euro. Quasi 60mila alloggi costruiti. I numeri spiegano i fenomeni e ne rendono chiara la portata. Queste sono le cifre del post terremoto in Campania. Oggi bisogna partire da quel famoso 23 novembre 1980  per dotarsi delle lenti giuste e per vedere cosa sta avvenendo a Napoli. Quell’evento storico ha determinato una cesura nella storia della terza città d’Italia. Ha mosso capitali, prodotto meccanismi criminali e cambiato la vita di migliaia di persone. Cinquanta anni fa, il regista Francesco Rosi firmò un film epocale: Le mani sulla città. Quella pellicola raccontava la cementficazione e la speculazione che deformò Napoli e la sua morfologia. Il sisma, invece, creò una scossa sociale di cui paghiamo conseguenze e nessun beneficio. Trenta miliardi di euro. Con questi soldi la capitale del Mezzogiorno avrebbe risolto qualsiasi problema in merito al diritto alla casa e alla domanda di edilizia pubblica. Con questo fiume di denaro fu inventata la prima grande emergenza su cui piombarono imprenditori, classe politica e clan della camorra.

Eppure non ci fu solo malaffare. La Napoli a cavallo degli anni ’70 e ’80 aveva il primo sindaco comunista a Palazzo San Giacomo: Maurizio Valenzi. Le strade della città erano attraversate da movimenti che lanciarono parole d’ordine e partecipazione di massa per decidere sul cambiamento della città. Tra mille problemi e tensioni sociali quei movimenti di lotta furono capaci di trasformarsi in un movimento tellurico aperto ai bisogni popolari. Casa e lavoro, questo era il binomio della domanda di emancipazione nel proletariato e sottoproletariato urbano. Disoccupati organizzati, comitati di lotta, collettivi metropolitani e militanti diffusi provarono a leggere cosa stesse avvenendo […]

L’untore: Salvatore Amura

“Amura, ma sei armato?. A quel punto cosa vuoi rispondere? Sto per consegnarmi con l’accusa di sovversivo e vengo in questura armato?.” In realtà Salvatore e gli altri cinque non c’entravano nulla con le Brigate rosse o i gruppi armati di quel periodo. Una grande manifestazione di massa, con circa 10mila persone, sancì il rappporto strettissimo di quei militanti con il tessuto popolare della città e una leadership che aveva poco a che fare con la clandestinità dei brigatisti. Eppure l’allora sindaco di Napoli, Valenzi, definì Salvatore e i suoi compagni come gli “untori del terrorismo”. Nella città governata dal Pci con il silenzio assenso della Democrizia cristiana gli “untori” erano l’unica opposizione che piantava grane e destabilizzava il patto tacito tra i due grandi partiti nazionali.  La loro storia inizia in quei drammatici giorni successivi al 23 novembre 1980:

“Dopo l’immediato tempo del terremoto era quello di un’assoluta mancanza di case. Un sistema di graduatorie pubbliche manomesse in continuazione, infatti c’era una situazione clientelare enorme che non si sfuggiva. Con il terremoto arriva una bomba che acuisce l’emergenza. Io abitavo nella zona nord e dopo il sisma giravo in continuazione dove avevano costruito le case popolari per vedere quando occupavano perché era mia intenzione occuparla. Il giorno dopo il terremoto sono iniziate le occupazioni in maniera spontanea. La gente ha visto queste case ultimate che erano moltissime. Solo a Scampìa erano 1500 appartamenti e si è iniziato con le occupazioni attraverso il passaparola. Ho notato subito la composizione sociale di chi occupava. Erano generalmente sottoproletari della periferia nord di Napoli. Poi c’erano anche gruppi che venivano da altre zone e una grossa fetta che veniva dal centro storico. E la dislocazione sociale era pari: sottoproletariato, artigiani che venivano da Napoli, quel magma di persone di condizione umile (lavoratori, manovali). Dopo alcuni giorni è cominciata l’occupazione della Vela gialla, sinonimo dell’organizzazione della lotta. Lì c’erano i compagni e primo embrione di organizzazione e discussione. Il punto forte, oltre alla Vela, erano il comparto S e il comparto H (i sette palazzi, 600 appartamenti), perché erano più numerosi. Lì avevamo organizzato in maniera capillare con i delegati di scala. Attraverso questi passavi le notizie e le proposte. Poi c’era il comparto S con 700 appartamenti. Anche lì un’organizzazione capillare”.

Una volta presa la casa bisognava difenderla. Eppure il pericolo reale di uno sgombero non arrivò mai: si sarebbero trovati di fronte a 1500 persone in strada senza un posto dove dormire. Salvatore continua il racconto: “Nelle Vele c’era il nucleo di compagni con collocazione politica diversa e quello del Cim (Centro iniziativa marxista) che prese la supremazia perché erano bravi nelle assemblee, un po’ meno nell’organizzazione. Questo è il contesto generale nel primo mese successivo al 23 novembre. Ci furono alcuni tentativi di sgombero per assaggiare la nostra forza, ma era chiaro che lo sgombero vero e proprio non ci sarebbe stato perché le famiglie erano tante. Potevi sgombrare 600 famiglie senza avere un’alternativa?” […]

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