Napoli e il resto di niente di una campagna elettorale

quartieri spagnoli

 

E così termina la campagna elettorale a Napoli. La peggiore della storia, la prima giocata interamente sui social. Piazze virtuali piene, piazze reali vuote.  Da febbraio, con quella per le primarie, ad oggi non ricordiamo nulla che non siano insulti, attacchi personali, risentimenti vendicativi che hanno coinvolto alcuni giornalisti: sono miserie coltivate e cresciute in questi cinque anni, dove la politica è messa da parte e vince il “pre-politico”.

Luigi de Magistris sarà il probabile vincitore (al secondo turno) mentre la premiata ditta Lettieri e Valente ha caricato ingenti risorse sulla comunicazione per sopperire all’insipienza e alla impossibilità di fare un’opposizione reale al sindaco. Resta quasi nell’oblio il signor Brambilla da Monza mentre Nunzia Amura ha tenuta alta la testimonianza falce e martello.

Un’idea di città, piani urbani, ambiente, trasporti, servizi, faide criminali: i temi sono spariti, non sono mai entrati in questa corsa al pestaggio social che ha preso di mire le persone prima dei candidati. È terminato, insomma, il niente. E allora cosa resta di questo niente?

Restano soprattutto le persone. Per la prima volta al consiglio comunale c’è l’imbarazzo della scelta per chi vuole che ci siano giovani e cittadini impegnati prima e, comunque vada, dopo la tornata elettorale: Eleonora de Majo, Pietro Rinaldi, Arnaldo Maurino, Rosario Maresca, Enrico Russo, Jomahe Solis, le tante trans e Lgbt candidate ai consigli municipali. A loro si affiancano altri giovani e cittadini che ci mettono la faccia in quelle scatole vuote delle municipalità come candidati a presidente: Ivo Poggiani (III), Antonio Di Costanzo (VI), Maria de Marco (VIII) tra gli altri. Restano le persone, alcune che ho citato perché conosco di persona e tante altre che possono dare un cambio d’aria all’amministrazione cittadina.

C’è la compostezza di chi non è candidato e non si muove nel vortice di un odio di parte. C’è la dolcezza di mamma Antonella Leardi dopo la sentenza di condanna dell’assassino di suo figlio, Ciro Esposito. C’è la protesta civile di un marito che ha visto morire sua moglie al Vomero colpita da un albero e che non andrà a votare.

Poi per la prima volta le realtà occupate sono entrate attivamente in campo, candidandosi in prima persona o sostenendo attivamente de Magistris come nel caso di Massa Critica. Poi c’è che chi come l’Ex Opg Je so pazz lancia l’idea di un controllo popolare sul voto, un’ “antimafia sociale” di fronte ai rischi evidenti di inquinamento del voto: fatto confermato dalla reazione scomposta e melodrammatica di Lettieri. Ci sono giovani e comitati di Napoli Est, la periferia più abbandonata, che continuano a denunciare il disastro ambientale e sociale su cui tutti i candidati hanno taciuto.

Eppure persone, comitati e movimenti non bastano. Non è nemmeno sufficiente un sindaco, chiunque esso sia. Serve un’idea di città che riparta dalla periferie e accantoni il business dei “grandi eventi” che ingrassano la borghesia commerciale. Serve un pensiero con radici forti, una nuova cultura del meridionalismo e il coinvolgimento delle menti che restano nel deserto di un Mezzogiorno deprivato di una generazione in fuga. Occorre costruire un’idea di comunità che coltivi il seme di un business sociale. Un piccolo esempio lo hanno dato ieri ai Quartieri spagnoli con la riappropriazione di Largo Baracche che ha visto, insieme agli attivisti di Mezzocannone, i ragazzi di quei vicoli: da Carmine a Peppe che a 13 venivano condannati da scuola e territorio mentre oggi sono giovani consapevoli del cambiamento necessario: “facemmo ‘o munno nu poc chiu giusto”, hanno scritto sullo striscione.

Dal niente occorre recuperare il “resto” di un città più giusta con il pensiero a chi ha raccontato nel mondo un’altra Napoli: il 4 giugno eterno con Massimo Troisi ci regala un po’ di resto, o forse tutto, contro il niente.

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