Napoli: così muore un 18enne nella guerra dei gangster

gangster

Foto concessa da Marco Cantile 

 

“Ciro era un ragazzino buono come il pane, amico di mio figlio e di buona famiglia. Lavorava ed andava alla scuola serale: sono affranto e scoraggiato, sia come genitore che come cittadino della zona orientale”. Sono le parole amare e disperate di un papà che in tarda serata commenta la notizia del duplice omicidio di Ponticelli avvenuto ieri.

Ciro Colonna, 18 anni, incensurato, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel circoletto del Lotto 0 era presenta Raffaele Cepparulo, 25 anni, il “baby boss” dei “barbudos” del centro storico. Il fuoco dei killer arrivati dalla Sanità, per vendicare il triplice assassinio dei Vastarella di un mese fa. Secondo la ricostruzione fatta dal quotidiano Metropolis Cepparulo si sarebbe fatto eroicamente scudo con Ciro. Poi l’arrivo della polizia e si sono ripetute le solite scene di tensione con i giornalisti finiti nel mirino e il collega videoperatore Lucio Lucianelli colpito dalla violenza dei pugni.

Come Genny e Maikol caduti sotto la “stesa” o come Mario ucciso per la parentela con i Sarno, come tanti altri ancora in questi mesi di lutto, Ciro è morto solo perché abita a Ponticelli. La sua colpa era quella di trovarsi nell’unico luogo di aggregazione nella desolazione di quei blocchi di cemento tra la periferia est e la zona vesuviana. Ciro è morto perché si trovava in un posto che non conosce alternative alla fuga: se ci resti e lo vivi puoi morire così, a 18 anni. Un’altra vittima innocente di una guerra che ha deprezzato la vita o al massimo la usa come scudo. E per chi vive in quel rione, come in tutti quartieri della dimenticata Napoli Est, c’è una rabbia frustrante e dolorosa che viene rappresentata dalle parole amare del mio collega Alessio Viscardi.

Né camorra né Gomorra: sono bande di gangster senza scrupoli

Ormai da tempo tante persone sono affezionate al dibattito su Gomorra sì, Gomorra no. Tempo sprecato a dibattere su una fiction che fa del marketing il punto di forza della rete a pagamento che lo trasmette. Per la realtà, invece, si è meno affezionati: comprendere il fenomeno, capire cosa sta accadendo in questa città e a una parte della sua generazione persa. Questa non è più camorra. In un quartiere possono arrivare killer da un altro rione senza più “permesso” e ammazzare. Le bande incrociano rapporti e interessi che vanno dal centro al rione Traiano fino a Ponticelli. Qui trovano rifugio questi Scarface del 2000 che celebrano l’estetica del crimine tra tatuaggi, barbe e coca cullando il mito di un giorno da star della mala. E nel nuovo lavoro di Amalia De Simone e Marta Serafini sul corriere.it si può vedere come questi criminali somiglino più ai fanatici dell’Isis: due fondamentalismi che si guardano allo specchio.

Come combatterli? Servirebbero prevenzione e intelligence per sgominare questi gruppi, come ripetono da tempo forze dell’ordine e magistratura. Sicuramente sappiamo come non vanno combattuti. La presenza inutile e comica dei militari di Alfano inchiodano alla responsabilità del governo. L’abbandono di interi rioni dove al circoletto o al centro scommesse non esiste luogo di incontro inchioda le istituzioni comunali e regionali.

E ora? Passeranno 24 ore di sgomento, giorni di paura e coprifuoco, qualche luce mediatica. I cittadini e le associazioni che vogliono reagire si ritroveranno soli come sempre. Intanto a 10 giorni dal ballottaggio non manca lo sciacallaggio elettorale di opinionisti improvvisati che nemmeno sanno come si arriva a Ponticelli. La situazione somiglia al film il Camorrista che periodicamente trasmettono in tv: lo vedi, lo rivedi, storci il naso e poi cambi canale.

Quello che resta è solo un dato personale. Ieri analizzavo le dinamiche del voto del 5 giugno e del suo inquinamento, ma anche la novità del consenso popolare verso chi combatte le camorre. È questa l’altra guerra, quella all’interno di una generazione che vuole cambiare e di quella a mano armata: a terra ci sono troppi morti e come ogni guerra alla fine arriverà il conto, per tutti. E forse quello sarà il giorno in cui tutte le istituzioni saranno chiamate alle loro responsabilità.

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