LA DIREZIONE DELLE LOTTE SOCIALI: A COLLOQUIO CON GAGLIANO E MARANTA

gagliano maranta

La fase economia e il movimento operaio. Le lotte sociali e i nuovi movimenti che intendono prenderne la direzione in Italia e nell’Occidente. La storicizzazione di una sconfitta politica e sociale per le classi subalterne. Sono alcuni dei temi del colloquio con Francesco Maranta e Vincenzo Gagliano del Forum Diritti e Salute.

La sinistra storica, sindacale e politica, in affanno in Europa mentre avanzano destre xenofobe e populiste. Quali sono le cause?

Il processo di proletarizzazione della popolazione mondiale ha subito un netto incremento con l’entrata nel mercato capitalistico di aree del mondo, largamente escluse sino ai primi anni novanta del secolo scorso, quali la Cina, l’India, il Brasile, il sud Africa e con la conversione economica delle economie dell’area sovietica. Si tratta di miliardi di persone che sono state asservite nella dimensione della classe operaia. Fenomeno largamente previsto dall’analisi marxista circa l’andamento qualitativo e qualitativo del meccanismo di produzione del capitale. Tale fenomeno è andato realizzandosi di pari passo con il concentramento delle proprietà e delle funzioni del dominio borghese, che ha determinato un comando sovranazionale sull’economia e sulle politiche normative e salariali, sulle dislocazioni e l’organizzazione degli assetti produttivi.

C’è da chiedersi, dunque, per quale motivo l’ampliamento della base di massa dell’antagonismo di classe non abbia avuto una crescente capacità non solo rivoluzionaria, ma anche minimamente conflittuale nello scontro per le condizioni di vita e di lavoro, per la distribuzione dei poteri politici. E ancora, per quale ragione con una condizione di diffusione della classe operaia oltremodo più ristretta nel novecento sono venuti al comporsi e all’affermarsi di movimenti politico sindacali, che hanno mutato sostanzialmente il rapporto di forza tra padroni e operai, realizzato il sommovimento delle istituzioni monarchiche e regressive, imposto lo stato sociale, l’innalzamento dei redditi da lavoro, la rappresentanza politica nelle istituzioni.

Qual è la risposta?

La ragione sta nella qualità delle lotte, delle organizzazioni operaie e nella dimensione ristretta dell’area geografica ed economica dello scontro di classe. Tale conflitto ha riguardato, sostanzialmente, l’area dell’Europa occidentale e dal versante della classe operaia rappresentato e diretto dai partiti comunisti, sorti dalla potente vicenda della rivoluzione sovietica, e dal movimento sindacale e cooperativo a forte influenza politico religiosa. Lo scontro non è stato a debole intensità, basti pensare che le motivazioni dell’affermarsi dei regimi fascisti e lo scoppio della seconda guerra mondiale sono da iscriversi nel tentativo di soffocare il tentativo sovietico e di far arretrare i capisaldi che il movimento sindacale e socialdemocratico aveva costituito nei maggiori paesi capitalistici.

Il corso di queste lotte in occidente però, costate un duro contributo di sangue e di sofferenze per lavoratrici e lavoratori,  ha avuto ed ha ancora oggi, anche se con minore intensità conflittuale, un ristretto orizzonte di redistribuzione della ricchezza, che si badi bene ha raccolto anche grandi risultati quali, una avanzata normativa del lavoro e della sicurezza, il superamento della soglia della mera sussistenza dei salari, una certa equiparazione tra i diritti tra i sessi, l’ampliamento dei diritti di associazione sindacale e politica, l’affermarsi nella società oltre che nei luoghi di lavoro della partecipazione alla politica e dei diritti sociali e assistenziali.

Ma il carattere redistributivo del conflitto ha dovuto accedere alla condizione che i benefici qualitativi e quantitativi fossero destinati ad una quota ristretta della popolazione mondiale e avessero come antefatto, ovviamente necessitato e non scelto ideologicamente, dello sfruttamento intensivo e di rapina delle aree delle materie prime del mondo escluso e dell’immiserimento dilagante delle popolazioni in Africa, in Asia e in America latina. L’epopea operaia del novecento ha largamente convissuto con le dominazioni coloniali, le guerre di invasione, la fame dilagante, la mortalità e lo sfruttamento infantile.

Poi sono arrivati gli anni ’80 fino alla nuova rivoluzione tecnologica.

La prova della giustezza interpretativa è data dall’arretramento netto delle condizione economiche e di potere della classe operaia di occidente e delle sue rappresentanze politico sindacali a partire dai primi anni ottanta del secolo scorso quando, i capitalisti hanno cominciato a redistribuire la produzione su vaste aree (la cosiddetta globalizzazione), includendo nei processi lavoratori a bassissimo reddito, a mutare il carattere organizzativo del ciclo con le nuove tecnologie, e le classi dirigenti hanno varato politiche regressive e di cancellazione dei diritti acquisiti in economia e nella struttura democratica.

La caduta dell’Unione sovietica ha fornito un ulteriore elemento di indebolimento del carattere conflittuale della sinistra politico sindacale, facendo venir meno l’esigenza di prevenzione in occidente della domanda rivoluzionaria. Il movimento sindacale, il comunismo occidentale ha affrontato questa fase come se si trattasse di combattere la solita vertenza interna ai luoghi di lavoro e alle sedi delle istituzioni. Le lotte non hanno raggiunto il terreno vero dello scontro, quello del potere di determinazione dei grandi flussi economici e proprietari. Non è stato in grado di allargare la base del movimento all’intero quadro dello scenario mondiale ma ha combattuto fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio. Ad Arese, a Pomigliano, nelle miniere inglesi, nelle scuole c’è stato un forte combattimento concluso con grandi sconfitte. Le classi dirigenti, le politiche del movimento operaio, frustrate dal predominio teorico e organizzativo del capitalismo sono state cooptate nella ancellare funzione del potere politico che in questi accompagna le decisioni del grande capitale.

In questo scenario, di fronte alla vostra esperienza di dirigenti sindacali e politici, da dove devono ripartire i movimenti anticapitalisti?

La determinazione prima che deve ispirare una nuova fase delle lotte anticapitaliste deve essere quella che non c’è più niente da redistribuire, non si può combattere il sottosalario dell’est europa, della Cina con il rinnovo dei contratti nazionali sempre determinati dalla volontà padronale (si veda la politica salariale e normativa della FCA), non si può difendere il posto di lavoro nell’industria che si delocalizza, nel pubblico impiego che si privatizza contrattando solo il reddito di cittadinanza, alzando una bandiera rossa sui luoghi di lavoro abbandonati.

C’è bisogno di ricostruire un movimento e una rappresentanza sovranazionale che tenda ad innalzare i diritti, i salari, le sicurezze, il potere del lavoro ovunque il capitalismo si diffonde per distruggere la dignità dell’uomo e l’ambiente. La volontà rivoluzionaria e di lotta delle grandi masse non è distrutta, basta guardare al sommovimento del popolo catalano per l’arretrato obiettivo dell’indipendenza. Bisogna fornire ideali antichi, la conquista del potere sulla propria vita delle donne e degli uomini che vengono ogni giorno umiliati nell’accesso al consumo, alla salute, all’istruzione, alla politica alta.

Oggi Napoli ha un’Amministrazione che si definisce “rivoluzionaria” e dialoga con le esperienze “ribelli” del Mediterraneo: da Varoufakis a Podemos. Cosa ne pensate di questo “modello”?

L’Amministrazione comunale di Napoli si è posta come punto di riferimento di un nuovo movimento mediterraneo “ribelle”. Il problema poi sta nella pratica. Se prendiamo, ad esempio, la vicenda ultima del fallimento dell’Azienda Napoletana Mobilità che arriva da lontano, fin dalla sua trasformazione in Spa con Bassolino sindaco e il placet della dirigenza di Rifondazione dell’epoca, si nota una forte contraddizione. Porre il ricatto dei licenziamenti di fronte allo spettro della privatizzazione, o meglio della vendita al privato di una società per azioni, non ha nulla di “rivoluzionario” per chi amministra. O si prendono decisioni che rompono con i patti di stabilità che fanno ricadere tutto sulle spalle dei lavoratori oppure si diventa amministratori che svolgono il mandato dentro le regole di compatibilità con le politiche neoliberiste.

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