Da Scampìa a Napoli Est: la donna delle periferie accetta la sfida

barbara pierro

 

È arrivata a Scampìa per caso. Poi, dopo il diploma in un istituto tecnico è rimasta per scelta in quel quartiere. Barbara Pierro è innanzitutto una storia che nessuna fiction ha mai saputo raccontare.

Lei, mamma di tre figli, avvocato e donna della periferia, cuore pulsante dell’associazione “Chi rom e chi no” , è una storia che il prossimo 4 marzo avrà uno snodo: candidata con la lista Potere al Popolo in uno dei collegi elettorali più difficili del Paese, quello che va da Napoli Est a Scampìa, appunto.

“Dopo la scuola mi sono iscritta a Giurisprudenza, un ambiente ostile a chi cerca nella relazione sociale una possibilità di arricchimento. Stavo quasi per lasciare gli studi quando sono entrata in contatto con le famiglie delle cosiddette ‘case dei puffi’, uno dei principali lotti di Scampìa dove si faceva spaccio prima della faida. Quel rione era vicino ai campi rom e in una casa occupata facevo il doposcuola popolare. Lì decisi che laurearmi in Legge, in quell’ambiente potevo sopportarlo perché era utile appropriarsi degli strumenti legali di fronte alla sete di giustizia di quelle famiglie. Grazie a queste sofferenze sociali e a queste ingiustizie mi sono laureata”.

Racconta il suo percorso come un fiume in piena, quello di chi durante la faida tra Di Lauro e gli scissionisti progettava iniziative concrete per i bambini, le donne, i rom e tutte le persone del quartiere.

Poi la presenza sul territorio è continuata sulla scia del carnevale del Gridas con un gruppo informale insieme a degli amici studenti iniziando l’esperienza di Arrevuoto: “iniziammo in sordina questo progetto di teatro sociale con l’intuizione di Maurizio Braucci e Goffredo Fofi: la contaminazione delle biografie sociali mischiando studenti del Genovesi con quelli della periferia nord”.

Nel 2004 fu costruita la “baracca abusiva” rimasta per 10 anni, fino al 2014. “Era pensata come un dentro e fuori campo, tra periferia e centro. Seguivamo gruppi di 30-50 bambini con doposcuola, laboratori teatrali, campi estivi. Nella baracca sono passati tantissimi personaggi della cultura e delle istituzioni come Garrone e il prefetto”.

Poi quel progetto, mentre Scampìa era conosciuta solo per la mattanza, cresce e si evolve: arriva la Kumpania e oggi c’è Chicù, il ristorante dove italiane e rom lavorano a braccetto.

Le persone che vivono ai margini sono abituate a delegare tutto ciò che li riguarda, un po’ perché è rassegnate e un po’ perché pensano che gli altri sono più bravi. Invece noi volevamo far capire che le cose si fanno insieme. Così nasce la Cumpagnia che metteva al centro il lavoro attraverso la cucina e doveva durare un anno.

Un progetto che aveva al centro le donne, le loro potenzialità e la conciliazione dei tempi tra famiglia e lavoro fuori da ogni subalternità. Poi si trasforma in un’impresa sociale, la prima composta da donne italiane e rom. Così nasce Chikù, Chi sta per Chi rom e chi no, che si occupa di sportello legale; mentre kù sta per “Kumpania” e ha sede nella sede dell’Auditorium dove oggi sono ospitate 47 famiglie sfollate dopo l’incendio di Cupa Perillo.

Perché hai scelto di candidarti con Potere al Popolo?

È stata una scelta non immediata, non spontanea ma favorita da un gruppo di persone. Riconosco nel movimento la possibilità di dare ascolto alle istanze di determinati territori e trasformale in progetto. Definisco la mia candidatura funzionale a due effetti: quello di megafono e quello di filo che lega le esperienze. L’altra cosa che mi ha convinto è proprio l’aspetto di poter tessere maglie di relazioni con altre realtà oltre Scampìa, nelle altre periferie e in tutto il Paese. Sono convinta che bisogna evitare dall’ottica che va tutto bene solo se va tutto bene a casa mia, nel mio rione, nel mio orto. Invece va tutto male intorno a me e devo prendermi la mia quota di responsabilità, farlo in modo collettivo mi sembra un fatto dovuto.

Il tuo collegio copre le periferie napoletane, da Scampìa a Napoli Est dove ci sono i maggiori tassi di disagio sociale: dispersione scolastica, devianza, disoccupazione, disparità di genere, questione ambientale. Quella nord e quella est sono due periferia a specchio: come pensi si possano convincere quei cittadini alla partecipazione e all’importanza del voto?

Questa è una questione complessa, ovviamente e prescinde da Potere al Popolo. Siamo di fronte a processi di partecipazione e diritto di parola che si sono persi come quella di Napoli Est, che viene da una storia operaia dismessa, e quella di Scampìa che ha dovuto costruire il suo tessuto sociale. A me aiuterà molto il mio percorso che va oltre ogni logica di assistenzialismo riconoscendo alle persone un sapere e una competenza qualsiasi sia il loro grado di istruzione. Porsi in modo orizzontale con loro e non la politica che elabora soluzioni al chiuso delle proprie istanze. Bisogna riconoscere ai territori la capacità di affrontare i problemi non delegando ma essendo parte di un processo politico. Questi sono obiettivi e metodi che mi hanno sempre accompagnato per affrancarsi dalla marginalità.

Da questa crisi è uscito un Paese che è strutturato nelle disuguaglianze. Non solo poveri e ricchi, ma i poveri vivono in determinati territori: Sud e periferie delle grandi città. Pensi che Potere al popolo debba avere la propria “sede strategica” in questi luoghi per far crescere il suo progetto oltre le elezioni?

Potere al popolo deve fare i conti con queste disuguaglianze. Viviamo la crisi sulle nostre spalle e il Sud amplifica tutte le questioni: è necessario che PaP faccia i conti con questo. È necessario un grande percorso di competenze e di ascolto, non bisogna irrigidirci in soluzioni preconfezionate ma bisogna far parlare chi vive i territori.

Comunque vada con lo sbarramento tu come ti porrai con il movimento?

Quello di cui sono certa che mi interessa con le persone e costruire con loro i processi di affrancamento dal disagio. Voglio realizzare il mio concetto di comunità che va oltre quello della singola famiglia e dal singolo rione. Ritengo fondamentali le relazioni con i gruppi storici, i giovani, le scuole, le famiglie che vogliono mettere in campo un cambiamento e incida sulla vita quotidiana. Mi piacerebbe un movimento che anche se con radici storiche ben piantate, sappia parlare i nuovi linguaggi e abbia piena consapevolezza della nuova epoca che stiamo vivendo e che vogliamo costruire in modo più giusto e dignitoso.

 

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