Ortolani, un geologo al Senato: “ecco cosa rischia la falda di Napoli Est”

ortolani

 

La storia di Franco Ortolani è quella della scienza al servizio del Paese e di chi lo abita. È la storia di anni di battaglie condotte attraverso studi e dati scientifici che sono stati fondamentali per chi ha difeso il territorio da discariche, roghi, siti industriali inquinati. E per chi è sceso in piazza a difesa dell’acqua e per la messa in sicurezza del territorio. Non ha mai avuto peli sulla lingua il geologo che ora potrebbe sedersi in Senato. Alle prossime elezioni Ortolani è candidato con il Movimento 5 Stelle in un collegio che va dalla zona collinare di Napoli e, attraverso la periferia nord, arriva a Napoli Est.

Non è un caso che dopo la presentazione dei candidati 5 Stelle lo scorso sabato, in agenda Ortolani abbia i quartieri Barra (13 febbraio) e Ponticelli (16 febbraio ore 18 Casa del Popolo).

Proprio su questa zona della città ha fornito strumenti necessari per capire l’impatto ambientale e il grado di inquinamento. Chi scrive ha incontrato il professore a gennaio 2008 quando il commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti voleva aprire una discarica nell’ex manifattura tabacchi di Gianturco. Anni dopo, il 23 giugno 2014, era all’iniziativa pubblica “Napoli Est Brucia” insieme allo scienziato Antonio Giordano nell’aula del consiglio comunale di via Verdi con slide e documenti che provavano il grande rischio idrogeologico e ambientale della periferia est napoletana. E, nel corso di questa intervista, rivela anche il nuovo rischio per la falda dell’area orientale che parte da lontano: dalla Alenia Aermacchi di Casoria e riguarda il cromo esavalente.

Come mai la scelta di candidarsi e perché con i Cinquestelle?

“Non sono un attivista della politica, vengo dalla ricerca e dall’università concludendo il mio iter universitario ma continuo i miei studi geo-ambientali e i grandi fenomeni della natura: sono la base per capire come dare indicazioni ed essere più sicuri. Gli unici ad avermi invitato in questi anni, anche al Parlamento europeo, su questi temi sono i Cinquestelle e non ho avuto altre proposte: la mia vicinanza su questi temi anche con i consiglieri regionali del Movimento. Ho risposto al loro invito di candidarmi al Senato e continuare lì queste battaglie. Dopo attenta valutazione mi sono reso conto che tante lotte dei cittadini si scontravano con decreti legge e altri meccanismi: spero che una presenza scientifica possa permettere un’incidenza maggiore in Parlamento”

Professore, lei è candidato in un collegio che copre zona collinare, periferia nord e quella est. Cosa vuoi portare al Senato come priorità?

“Ce ne sono tante. Potrei iniziare con l’emergenza di Napoli Est, un territorio che ha subito ferite ambientali difficilmente guaribili soprattutto se i ‘dottori’ non lavorano per la salute dei cittadini. La questione del disinquinamento deve essere una materia più approfondita. Vengono proposte azioni difficilmente controllabili da trasparenti rappresentanti dei cittadini che hanno interesse sulla spesa per risolvere i problemi. Se pensiamo sempre a Napoli Est dove l’inquinamento ha raggiunto i 10 metri di profondità”.

E a questo punto Ortolani rivela una nuova emergenza ambientale che parte da Casoria e arriva fino alle periferia orientale di Napoli.

“È il caso di ricordare i problemi di quella falda provengono anche da ex Alenia Aermacchi di Casoria, chiusa nel 2013: le indagini hanno rivelato la presenza di cromo esavalente fin a 70 metri di profondità certificato da un documento della Regione Campania a dicembre scorso che chiede verifiche all’azienda ma fra un anno. Eppure  le sostanze prima passano sotto l’abitato di Afragola e poi la falda gira verso l’area orientale, come ci dicono le carte idrogeologiche. È stato tracciato il percorso del cromo esavalente? No, perché l’Alenia Aermacchi ha fatto le indagini solo nel perimetro dell’azienda. La regione ha detto di allargare a un chilometro e mezzo ma l’impatto da valutare è molto più ampio. Il disinquinamento non è un processo limitato a un solo territorio perché può esserci un’altra falda inquinata: bisogna prevedere cosa fare in modo corretto. E servono tecnici regionali all’altezza di quelli delle multinazionali, sarebbe complicato anche per me se non mi metto a studiare per due mesi sulle carte”.

Sempre rispetto a Napoli e provincia, lei fa un lavoro anche su due aspetti: acqua e fuoco. Tra gli incendi, come quelli del Vesuvio, e le possibili alluvioni. Allo stato attuale, sei mesi dopo, cosa è stato fatto per evitare disastri?

“Da luglio, spento l’incendio del secolo, non è stato fatto nulla. Al momento ci appelliamo alla buona sorte perché non è avvenuto come a Livorno e i nubifragi non si sono accaniti sul Somma Vesuvio, altrimenti saremmo ben oltre quei decessi. Mi sto battendo in merito a questo Piano di sicurezza che si occupa del Parco ma non lo fa per i cittadini a valle. Non c’è nessun coordinamento e il Parco si occuperà solo del suo perimetro: questa è una sciocchezza. Ci vuole una struttura istituzionale che pensi a un piano che va dalla cima alla valle e fino allo sbocco a mare. A me sembra anche una banalità. E poi mi sto battendo sul fatto che per individuare immediatamente i nubifragi bastano pluviometri che costano 3-4mila euro e che danno il tempo necessario per allarmare i cittadini come si faceva in guerra contro i bombardamenti aerei”.

Lei si è preoccupato molto anche della situazione in Basilicata, a proposito di tecnici delle multinazionali. Lì c’è un processo molto silente che riguarda l’Eni per disastro ambientale: in quel territorio si incrociano alcune questioni tra trivelle, inquinamento e sicurezza del territorio. Come si può far emergere questa situazione? Immagina di trovare forti pressioni in Senato?

“Con i miei colleghi ho sempre detto: Eni è lo Stato petroliere ma deve rispettare le leggi italiane. Perché con il rispetto delle leggi molti problemi non ci sarebbero. E allora chi non le fa rispettare? I controllori locali o nazionali? Poi abbiamo una serie di problemi da risolvere come ad esempio in Val d’Agri la Ingv fa una convenzione, legale, proprio con Eni come con due centrali geotermiche che sono all’attenzione sul rischio sismicità per le loro attività di iniezione di fluidi nel sottosuolo. Ingv è una struttura pubblica che è garanzia di tutti i cittadini e non deve garantire altri. Se io collaboro con compagnie che comportano rischi i cittadini devono avere garanzie sulla trasparenza: queste collaborazioni vanno vietate”.

Ultima cosa: cosa si sente di dire, oltre ogni schieramento, rispetto a questo possibile ruolo istituzionale a quella parte del Paese impegnata nella difesa dell’ambiente e del territorio?

“Per quanto riguarda ricadute sull’ambiente con una presenza costante e competente inserita nel merito delle proposte si evitano tanti errori. Sicuramente si beneficerebbe la sicurezza dei cittadini. Sull’acqua, ad esempio, molti sono convinti che l’acqua esce dal rubinetto perché pagano la bolletta. Invece spiego che l’acqua arriva da chilometri di distanza sulle montagne e poi dalla sorgente dove partono le condotte. Se in quelle rocce vengono immesse sostanze inquinate noi avremo acqua inquinata e non abbiamo una legge che difende i grandi serbatoi idrici. Ad esempio nel Vallo di Diano ci sono richieste per effettuare ricerche petrolifere proprio su quei serbatoi che sarebbe a rischio serio di inquinamento. Dobbiamo proteggere questi serbatoi con una legge nazionale. E quando l’acqua si inquina tutti non bevono, non esiste differenza di schieramento politico”.

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