Napoli, arte e periferie: “non calpestare i fiori nel deserto”

essere umani

San Giovanni, murales nel “Bronx”: il secondo di Jorit dopo Maradona (qui prima della conclusione)

 

Napoli, emergenza baby gang. Napoli, i minori “belve”. Napoli, quella senza scuola e senza lavoro. Napoli, quella “dove ognuno nasce giudicato” per dirla con l’acronimo del rapper Enzo Dong. Chi parla e straparla di rivoluzione e rinascimento, chi ignora talento e resistenza d nei bunker sociali ai confini delle leggi di mercato. Da quei luoghi nasce l’arte che oggi rimbalza sui media nazionali e internazionali.

Cinema

Franco Ricciardi, la musica popolare che viene da Secondigliano. Il neomelodico impegnato che alza la statuetta del suo secondo David di Donatello per la colonna sonora di “Ammore e malavita” e sorride sornione, il sorriso spontaneo di chi ha vissuto lontano dai lustrini del jet set nazionale e ora può dire che non ci sono solo “prumesse mancate”. Con lui il premio lo hanno ricevuto tanti professionisti napoletani del cinema, alcuni di loro molto giovani.

Al microfono del gran galà il cantante parla unicamente di Napoli: “Molti dicono che questa è una città speciale. Forse è vero, perché ispira artisti di tutto il mondo. Napoli, la città più premiata ai David 2018, ha un ruolo di prim’ordine nel cinema e nella musica. È giusto condividere questo premio con la mia città, con la mia Scampia, con quei luoghi da cui tutto è partito e in cui torno con il mio secondo David di Donatello. La forza del popolo napoletano, ancora una volta, emerge con merito e convinzione”

Street art

Che ce ne facciamo di tutti quei murales? Bisogna chiederlo prima agli uomini primitivi che incidevano sui muri per comunicare ai posteri la loro presenza. Nel terzo millennio le pareti di due batterie di case popolari hanno due volti, grazie al genio di Jorit: il “Dios umano” Maradona e lo scugnizzo Niccolò per “essere umani”.

Sono volti e storie impresse in tanti quartieri, da Ponticelli a Forcella. Sono occhi che sembrano dire “oh guarda, io almeno non me ne vado” come hanno fatto le istituzioni negli ultimi 30 anni.

Per Jorit questa arte “per il popolo, con il popolo” che alla fine del murales lo ha festeggiato come una vittoria scudetto: fuochi d’artificio per un artista moderno.

Musica

“Ho scritto questo pezzo – spiega Enzo Dong – pensando a quei ragazzi che vengono abbandonati sia dalla società che dai genitori, che sono costretti a crescere troppo presto, sin da piccoli. In questo caso Ciro è un simbolo molto forte che emerge chiaramente accostando il testo della canzone al videoclip”. Così il rapper napoletano racconta il nuovo singolo Ciro che su youtube ha già quasi un milione di visualizzazioni.

Il singolo racconta la realtà che tanti bambini e ragazzi dei quartieri di Napoli vivono ogni giorno. Per Enzo Dong, “Ciro è un nome comune a Napoli, legato a tanti episodi della città, reali e cinematografici. Circostanze nelle quali i protagonisti sono ragazzi di periferia, che intraprendono un cammino sbagliato, vizioso e viziato, un vortice senza uscita fatto di sofferenze che spesso li indirizzano verso un triste destino criminale”.

Ciro rappresenta i ragazzini di Forcella e di Scampia e che spesso vengono facilmente etichettati come baby gang a prescindere dalle loro storie personali. Ma è anche “il nuovo movimento musicale napoletano, che nasce e cresce nelle periferie dimenticate e in quegli stessi sobborghi coltiva il grido di ribellione che caratterizza la nuova scena rap partenopea”.

I fiori e il deserto: viene in mente Pino

Sono solo alcuni casi passati in rassegna negli ultimi giorni mentre le cronache ci dicono altro. Ad, esempio ci dicono che le “baby gang” non è un’emergenza a uso e consumo della campagna elettorale ma una generazione distrutta da generazioni arrese, umiliate e sconfitte. Coltelli e bastoni per affermare potere e odio, soldi e controllo o superare la noia di un sabato sera nel deserto di un rione popolare. Perché è proprio così che l’hanno raccontata: “imprenditore di te stesso”, “volere è potere”. Poi se non puoi e Scarface o Gomorra sono solo dei film indossi la felpa del killer: l’omicidio, il pestaggio e la coltellata come la normale routine di un’adolescenza senza adulti credibili alle tue spalle.

Eppure in questo deserto crescono i fiori. Non è un cambiamento sociale né economico ma lo sguardo dell’arte che anche nei primitivi veniva fuori come un’esigenza. Napoli non è una capitale di qualcosa ma è una possibilità, almeno quella di sognare, contro questa modernità fatta di barbarie e profitto. Come sul campo di calcio indica la nuova icona Maurizio Sarri per rivendicare la gioia e la bellezza, figlie della rivoluzione (quella vera), anche oltre la stessa vittoria.

Agli esperti, alla politica, ai grandi analisti della sociologia e dell’antropologia le ricette da consegnare per il futuro di questa città. Un solo consiglio: date retta al grande Pino Daniele, ricordiamo il titolo del suo album “Non calpestare i fiori nel deserto”. Sarebbe un buon inizio per chi vive nel deserto e vede crescere i fiori.

 

 

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