Come fermare il caudillo Salvini: teoria e pratica per una “nuova sinistra”

catania

Foto di globalproject.info su manifestazione al porto di Catania il 25 agosto

 

I 16 braccianti caduti sulle strade del foggiano. Il ponte Morandi a Genova dove muoiono 43 persone. Il caso Diciotti e lo scontro istituzionale. Lavoro e sfruttamento, beni pubblici e profitti privati, accoglienza e razzismo di Stato.  Si è acceso uno scontro che apre nuove tensioni e vecchie divisioni su cui le “sinistre” non riescono a ritrovare una prassi e, soprattutto, una forma identitaria.

Questi sono i temi dell’agosto più nero degli ultimi anni. Sovranisti, populisti e gentisti hanno l’egemonia nella testa e nella pancia del Paese: il disegno neofascista di Matteo Salvini per avere la maggioranza assoluta. Spesso sottovalutato e liquidato dalle elité liberal, il “caudillo” leghista interpreta bene l’odio del 50% contro i valori della sinistra e dei suoi partiti. Un odio viscerale contro il Pd e non solo: centri sociali, non profit, Ong, movimenti. Tutti cadono sotto un unico calderone.  Un odio che ha una matrice duplice: lo storico rancore piccolo borghese e le gravissime responsabilità dei governi “tecnici” e bipartisan a trazione dem/renziana/bipartisan.

E le sinistre? Procede a ranghi sparsi in nome di un “popolo” che nella sua maggioranza ignora o avversa le bandiere della solidarietà. Il plurale è d’obbligo perché non esiste una sola identità. Ex Pd che difendono imprenditori come Benetton e le privatizzazioni, le piazze autoconvocate da associazioni e centri sociali, il cartello di Potere al Popolo che lancia il suo movimento “non partito”. Il dibattito esprime punte di contraddizioni, posizioni massimaliste e modelli “esemplari” da imitare. Tra i primi lanciare le “new entry” della “nuova sinistra” è stato il settimanale L’Espresso con la famosa copertina che contrappone Salvini al sindacalista dei braccianti Aboubakar Soumahoro o con un ampio servizio sulla sinistra “fuori dai partiti”.

Un ex dirigente napoletano Pci-Pds-Ds-Pd, Guglielmo Allodi, chiama il “popolo armato” contro il governo scatenando proteste e attacchi sotto il suo post su facebook.  Rientrata la polemica tra precisazioni e messaggi solidali resta lo smarrimento di storici dirigenti e militanti che hanno perso la loro “casa politica”. Intanto dal Manifesto la direttrice Norma Rangeri ha lanciato l’appello per una manifestazione nazionale contro il ministro della “vergogna” a settembre. 

Un giornalista molto competente come Giacomo Russo Spena, autore di molti libri sui nuovi fenomeni della sinistra “di movimento” individua, individua alcuni episodi e  “modelli” da cui ripartire: la rivolta dei bagnanti a Taranto contro le ronde leghiste, la manifestazione al porto di Catania per chiedere la liberazione degli eritrei sulla Diciotti (nella foto sopra),  i movimenti a difesa di ambiente e territorio, il sindaco di Riace Mimmo Lucano e quello di Napoli Luigi de Magistris.

Proprio sui “modelli” si è spesso impantanata la ricerca di una “nuova sinistra”: da Tsipras a Podemos passando per Corbyn e poi di nuovo al punto di partenza.

Quali pratiche a sinistra per ricostruire il protagonismo?

Sullo sfondo l’unica organizzazione politica che i sondaggi fanno risorgere dalle ceneri del consenso è Potere al Popolo. La portavoce Viola Carofalo, in un’intervista all’Espresso alla vigilia del primo campeggio di PaP, ha chiarito innanzitutto l’identità:  “siamo comunisti”. E al momento è l’unico partito che viene “accettato” nelle piazze accanto ai movimenti. Proprio da storici dirigenti politici, ora vicini a PaP, arriva una proposta che, nello stallo del dibattito teorico, punta a rilanciare una pratica sociale: azioni di antagonismo che negli anni Settanta vedevano la piena egemonia a sinistra delle proteste e della rabbia popolari.

E Napoli, con PaP ed altre esperienze nuove o storiche, è il centro pulsante di un “vero” laboratorio politico, lontano da alchimie e narrazioni istituzionali.

“Questo governo adotta politiche di destra economica e sociale”. A parlare sono Francesco Maranta e Vincenzo Gagliano.  “Il decreto dignità finge di correggere le precarietà ma non reintroduce l’art. 18 che è l’unica difesa della stabilità contrattuale. Le grandi organizzazioni sindacali e della sinistra istituzionale – continuano Maranta e Gagliano – non sembrano voler svolgere un ruolo conflittuale. Nell’immediato c’è bisogno di porre un primo argine all’impoverimento delle fasce sociali deboli. Partiamo dal rifiutare i costi aggiuntivi che rendono insostenibili il pagamento di tariffe e bollette. Organizziamo l’autoriduzione antagonista dei costi dei servizi essenziali. Tutte le quote esposte per voci diverse dalle forniture ( elettricità gas telefono acqua ecc.) vanno tagliate dai pagamenti. Vanno organizzati comitati popolari per l’autoriduzione antagonista come prima risposta di autodifesa e come nucleo della piattaforma di un vasto movimento di lotta per il lavoro, la sicurezza sociale, l’incremento dei redditi, la solidarietà tra sfruttati”.

Dalla teoria alla pratica per ricostruire la prossimità con le povertà, i precari, i migranti e i più deboli. E occorre farlo molto presto.

 

 

 

 

 

 

 

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