GIORNALISMO E DONNE: ROMPERE IL SILENZIO SULLE DISCRIMINAZIONI

Cristina Liguori, presidente commissione pari opportunità sindacato giornalisti in Campania

“L’informazione non fa informazione sull’informazione”, questa frase, da quando l’ho sentita qualche tempo fa, mi risuona spesso nella mente. Per un motivo fondamentale: è vero. È vero, soprattutto quando si parla di donne e di retribuzioni. Per squarciare questo silenzio non ci vuole molto. Basta procurarsi “L’agenda del giornalista”, sfogliarla per qualche giorno e recuperare nomi, dati e numeri. Nello stesso tempo bisogna consultare i dati Inpgi sulle retribuzioni.

Da presidente della commissione Pari Opportunità del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania proprio un anno fa ho messo insieme una serie di dati e il risultato è impietoso. Le donne nel mondo del giornalismo ricoprono pochissimi ruoli apicali e, tranne nel caso di contratti precari, guadagnano di meno rispetto agli uomini.

I dati

I dati fotografano la realtà del 2017, in un anno però poco è cambiato. La differenza sarà di poche unità a causa dei pensionamenti (senza considerare i licenziamenti), stesso vale per le retribuzioni. 

In Italia le direttrici di giornale sono 73, gli uomini 282. Le vicedirettrici sono 38, 137 i direttori. Tra i caporedattori 370 sono donne, 927 uomini, tra i vice caporedattori 201 e 454, tra i capiservizio ci sono 638 donne e 1076 uomini, vice 2.519 e 2.893.  Le inviate 28, gli inviati ben 92. Infine i praticanti 118 donne e 154 uomini. 

Le retribuzioni? Dipende dalle fasce d’età. Prendendo in considerazione quella intermedia, ovvero fino ai 35 e i 40, lo scarto di stipendio è tra i 4 mila e i 6 mila euro annui per gli assunti. Tra i liberi professionisti lo scarto è di circa 2 mila euro. Nelle redazioni della Campania gli uomini sono più o meno il doppio delle donne. Questo dato emerge dall’analisi dei quotidiani come Il Mattino, La Repubblica, il Corriere del Mezzogiorno, Il Roma, La Città, Cronache di Napoli. Non cambia nulla per le tv come la Rai, dove lo scarto è maggiore. Ci sono, al netto di pensionamento avvenuti in questo ultimo anno, 32 uomini e 12 donne. Stesso discorso per siti web e radio. 

Guai ad essere mamma

Quanti reportage e quanti articoli abbiamo scritto su questa vicenda? Abbiamo scandagliato interi settori e poche volte invece abbiamo scritto di quanto accade a casa nostra, dove, dati alla mano, ci sono meno donne e quelle che ci sono vengono non solo pagate meno, ma non raggiungono ruoli di potere. Non considerando le colleghe che devono rinunciare al lavoro o alla carriera se decidono di mettere al mondo dei figli. Non potrò mai dimenticare quella volta in cui una collega mi rivelò che durante i colloqui la deridevano perché era incinta. Come osava presentarsi dinanzi a loro con il pancione? Che tornasse a casa, no? Che facesse la mamma. Come se desiderare una carriera e lavorare fosse in contrasto con l’essere madre. Per non discutere del caso in cui sei incinta e sei free lance. Smettono di chiamarti, nessuno si prende la responsabilità di affidarti un servizio. Diritti quasi pari a zero. Conto in banca pure. 

La situazione non sembra che vada migliorando. Per ora c’è netto stallo. Di parità di retribuzioni, di maggiori tutele per le donne, nel nostro settore come negli altri non se ne parla tanto in questo periodo. Il tutto a margine di una notizia riportata dal sito web La Stampa, in cui si parla di boom di dimissioni per le neo mamme. Donne che non hanno il supporto di genitori, ancora a lavoro, o il sostegno degli asili nido aziendali. I dati sono preoccupanti perché accade anche in Lombardia dove su questo tema c’è attenzione e dove gli asili sono tanti. Figurarsi al sud, in Campania, e per le giornaliste che non hanno orari e devono essere reperibili quasi h24. Come i colleghi maschi, certo, ma permettetemi, con le dovute differenze. Oltre al lavoro le neo mamme devono avere particolare cura del bambino soprattutto nei suoi primi anni. Solo qualche giorno fa una mia amica mi ha confessato di essere stata costretta a lasciare il lavoro. La baby sitter le sottraeva quasi tutto lo stipendio e lei che lavorava 12 ore al giorno vedeva i suoi figli solo di sera. Non ho saputo confortarla né dirle “resisti”. Aveva ragione lei. Insomma il tanto sbandierato #metoo nel giornalismo italiano non esiste. E’ solo un bell’argomento di cui scrivere. Ma siamo talmente lontani dalla sua filosofia che nemmeno col cannocchiale ne potremmo vedere la scia.

Cristina Liguori

(giornalista professionista, collabora con Il Mattino, La7 e Teleclub Italia – presidente Commissione pari opportunità del sindacato dei giornalisti in Campania)

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