SE VUOI UN MONDO NUOVO INIZIA A CHIEDERTI COSA SEI DISPOSTO A PERDERE

Foto protesta a Roma per George Floyd di Renato Ferrantini (grazie per la gentile concessione)

Tutto è tornato come prima ma il mondo non è quello di febbraio. L’ondata di proteste in America e nel mondo per la morte di George Floyd ci dicono questo. Diritti, ambiente ed economia sostenibile sono i pilastri della domanda per un mondo nuovo. A Napoli si sono svolte tre manifestazioni su questi temi ieri, due le abbiamo raccontate qui su sudreporter. Ma è sufficiente la domanda di un mondo nuovo senza “l’uomo e donna nuovi”?

A inizio ‘900 le grandi ideologie abbracciavano soprattutto la sfera del cambiamento umano come prospettiva ideale di costruzione della società e della propria esistenza. Chiedere uguaglianza, diritti e libertà significa praticare quei valori prima che enunciarli. Oggi c’è una distanza tra quello che si professa e ciò che si è. “Il Covid-19 ci cambierà”, si diceva. Non è proprio così. La rivendicazione di un diritto passa per la costruzione pratica di esso nelle relazioni umane, sociali, di genere. Il nostro rapporto tra i consumi e l’ambiente è parte del ragionamento e del problema quando si rivendica economia sostenibile.

I regimi, autoritari o “democratici”, si rafforzano quando dai movimenti viene meno l’idea dell’ “Uomo nuovo” mentre si rivendica un altro mondo possibile. Basta guarda come sia naufragata l’amministrazione “rivoluzionaria” di De Magistris o ciò che doveva essere il “neo municipalismo” della democrazia partecipata con la città di Napoli che oggi è orfana di una direzione, soprattutto tra le fasce più deboli delle periferie.

Si guarda alle proteste negli Stati Uniti senza tener conto che nel nostro Paese quella partita si gioca, in proporzione, in tanti ambiti: i braccianti sfruttati nelle campagne dal caporalato, le condizioni dei centri di detenzione e di accoglienza straordinaria, la forbice tra Nord e Sud che ha creato un divario enorme di risorse e di investimento pubblico. C’è una incapacità di fondo di mettere mano dentro la carne viva delle contraddizioni e c’è la difficoltà di cambiare veramente approccio cultura, politico e sociale.

Intanto le piazze si infiammano e si affacciano i nuvoloni oscurantisti di concezioni autoritarie e discriminanti che alimentano ingiustizia sociale. No, non sarà una manifestazione o una tornata elettorale a cambiare le cose. Bisogna capire cosa siamo disposti a perdere per cambiare prima noi stessi e poi veramente le cose.

Autore: Giuseppe Manzo

Journalist, press office, social media manager, blogger, author

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