GIORDANO A RADIO CUSANO CAMPUS: “VI SPIEGO COME VARIANTI DEL GENE HLA SIANO LEGATE AL COVID-19”

“Attualmente, i miei collaboratori ed io abbiamo avallato l’ipotesi (e pubblicato sulla rivista Frontiers Immunology) che esista una forma di difesa stampata nel codice della vita. In particolare, riteniamo che esistano di una serie di varianti di geniche del gene HLA (implicati nella risposta immunitaria) che potrebbero essere alla base della suscettibilità alla malattia da Sars-CoV-2 e della sua severità”. Questo afferma Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Filadelfia e professore all’Università di Siena, durante una lunga intervista rilasciata a Elsa Toppi e Vincenzo Bisbiglia di Radio Cusano Campus all’interno della trasmissione Unicusano Up Magazine.

Ecco nel dettaglio l’intervista completa allo scienziato italo-americano dove si sono affrontati anche i temi legati all’ambiente e alla Terra dei fuochi.

Allora professore prima di arrivare al punto, partiamo da alcuni fatti assodati fin qui. La malattia da coronavirus (COVID-19) colpisce in vari modi. Lo abbiamo visto in questi mesi. Tra le persone che hanno contratto il covid parecchi non presentavano alcun sintomo, i cosiddetti asintomatici, molti altri presentava sintomi lievi o moderati, altri ancora invece hanno avuto sintomi gravi con difficoltà respiratorie, polmoniti etc. Da cosa dipende questa risposta eterogenea al virus? Cosa avete scoperto professore?

Dopo mesi di studi incessanti per poter caratterizzare i meccanismi molecolari del nuovo coronavirus Sars-CoV-2, oggi abbiamo una visione piuttosto chiara, almeno riguardo la diversa sintomatologia ad esso correlata. L’infezione presenta un quadro clinico estremamente eterogeneo: può essere grave da causare la morte, lieve da sembrare una comune influenza stagionale e addirittura non mostrare nessun segno clinico, essere asintomatica.

Anche le possibili spiegazioni riguardo questo fenomeno possono essere varie:  si è passati da una prima accusa di sottovalutazione del virus per poi arrivare ad una cattiva gestione del triage ospedaliero che ha reso le strutture sanitarie stesse focolai di infezione.  Ancora c’è stata la diatriba su: morire “con” o “per” poichè la mortalità Covid-19 correlata colpiva principalmente le fasce più suscettibili di persone (anziani o pazienti affetti da altre patologie).

Attualmente, i miei collaboratori ed io abbiamo avallato l’ipotesi (e pubblicato sulla rivista Frontiers Immunology) che esista una forma di difesa stampata nel codice della vita. In particolare, riteniamo che esistano di una serie di varianti di geniche del gene HLA (implicati nella risposta immunitaria) che potrebbero essere alla base della suscettibilità alla malattia da Sars-CoV-2 e della sua severità. Ovviamente, sono necessari ulteriori studi caso-controllo su larga scala per dimostrare questa correlazione, ma esistono solide basi per pensarlo.

Cos’è il sistema HLA (antigene leucocitario umano) e perché potrebbe avere un ruolo determinante?

Gli antigeni leucocitari umani (HLA) sono geni che codificano per le proteine  responsabili della regolazione del sistema immunitario nell’uomo. Quindi gli HLA sono elementi essenziali per la funzione immunitaria. Essi sono importanti nella difesa contro le malattie e svolgono un ruolo importante nel rigetto nei trapianti di organi. Possono proteggere o non riuscire a proteggere se alterati. Ancora varianti geniche possono essere associate a diverse sintomatologie, o ancora mutazioni in HLA possono essere collegate alle malattie autoimmuni. Pertanto, come detto precedentemente, esistono le basi per indagare sul tipo di HLA e la sintomatologia Covid.

Professore Giordano, è balzato agli occhi di tutti e in particolar modo di voi addetti ai lavori l’alta mortalità in Italia e che le aree geografiche con la percentuale maggiore di deceduti sono state finora 4: Lombardia con 49,8%, Emilia Romagna con il 12,8%, Piemonte con il 8,5%, Veneto con il 6%. So che durante il lockdown lei ha ragionato e collaborato con ricercatori di diversi settori. Come vogliamo commentare questi numeri? Cosa ha protetto il sud da questo tempesta che ha travolto il nord?

Non volendo entrare nel merito del lavoro svolto dai Governatori, sicuramente le cifre registratasi in Italia parlano chiaro: l’alto tasso di mortalità per Covid-19 è stato causato principalmente dalla rapida diffusione di COVID-19 in Lombardia e nelle regioni del Nord Italia e della Pianura Padana. Quest’ultima, in particolare, è un’area fortemente industrializzata (addirittura riconosciuta come una delle zone più inquinate in Europa), pertanto, caratterizzata da alte concentrazioni di inquinamento atmosferico (particolato PM10 e PM2.5). La qualità dell’aria di queste zone può aver contributo all’aggravarsi della patologia (ma di questo ne parleremo meglio dopo).

La disponibilità di indicatori diretti o indiretti della diffusione di SARS-COV-2 potrebbe aiutarci a comprendere meglio le modalità di diffusione. Quello che sappiamo è che i tassi di mortalità hanno mostrato un notevole aumento nelle fasce di età più anziane, raggiungendo il 40% in uomini di età> 80 anni (20% nelle donne) e 30% nei maschi tra 70 e 79 anni (16% in femmine). Queste cifre, insieme all’altissimo indice di invecchiamento che caratterizza L’Italia potrebbero spiegare la fragilità della popolazione colpita e il tasso di mortalità osservata. Un altro aspetto importante da analizzare è che trattandosi di aree fortemente industrializzate, probabilmente (pensando male) gli spostamenti e la produttività lavorativa non sono stati  bloccati in maniera repentina, favorendo così un aumento della diffusione virale. Al Sud, invece, è stata fatta prevenzione. Questa potrebbe essere una prima considerazione che spiegherebbe la differenza tra Nord e Sud. A questo poi, migliori e più approfonditi studi, come detto precedentemente, atti a valutare ciò che è dettato e scritto nel nostro DNA e sulla qualità dell’aria potrebbero aiutarci a meglio comprendere queste differenze.

Inquinamento e covid. Lei è già noto per l’impegno speso nella ricerca per la cosidetta terra dei fuochi. Il suo lavoro è stato quello di focalizzare il rapporto causa-effetto tra l’inquinamento e l’incidenza di cancro; che ruolo ha avuto l’inquinamento secondo lei nel caso del covid 19?

Da sempre mi occupo di cancro, studiandolo a 365 gradi, provando a comprenderne il più possibile. Oggi sappiamo che questa è malattia multifattoriale e sebbene sia molto complesso individuare in maniera diretta il nesso di causalità tra ambiente e cancro, che i due fattori siano comunque correlati è ormai innegabile. L’unione della mia passione per la ricerca all’affetto per la mia regione di origine, la Campania, ha fatto si che mi interessassi alla questione purtroppo nota come “Terra dei Fuochi”. (gestione illecita di rifiuti che affligge le province di Napoli e Caserta da decenni). Dopo una serie di denunce (sempre supportate da evidenze scientifiche) sono riuscito a condurre, con pochissimi mezzi economici, uno studio preliminare, osservazionale atto a dosare i livelli di alcuni metalli riscontrati nel sangue di pazienti oncologici residenti nelle suddette aree.

Le nostre osservazioni, anche se preliminari, confermano alcuni studi precedenti per cui il livello di metalli tossici nel sangue dei pazienti oncologici in alcuni Comuni della Terra dei Fuochi è del tutto fuori norma. Il legame causale tra sviluppo tumorale ed esposizione a questi metalli è un fatto noto da tempo. Il superamento costante dei limiti di legge anche nel piccolo numero di individui esaminati nel nostro studio è un fatto di per sé allarmante, che quindi richiede l’immediata estensione dell’analisi a una popolazione più ampia, così da avere una rappresentazione accurata sul fronte epidemiologico.

Per quanto riguarda l’inquinamento ambientale e la diffusione del covid19 sicuramente è lecito ipotizzare un possibile legame. Alcuni studi, seppur con limitazioni metodologiche, hanno individuato una correlazione tra alti tassi di mortalità nel Nord Italia ed alte concentrazioni di particolato atmosferico (PM2.5 e PM10). Si potrebbe proporre che l’inquinamento potrebbe influenzare la progressione dell’epidemia COVID-19 in modo diretto o anche indiretto. Più dettagliatamente, il particolato potrebbe fungere sia da “vettore” virale che come “fattore di potenziamento” dell’infezione. Per quanto riguarda il primo aspetto, sono in corso alcuni studi che ricercano la presenza di copie virali del Sars-CoV-2 proprio in queste particelle.

Nel secondo caso, invece, è ben noto che l’inquinamento atmosferico è una delle principali cause delle malattie respiratorie al mondo, l’inquinamento atmosferico da PM 2.5 e PM 10, subito dopo dieta, fumo ed ipertensione è uno dei fattori di rischio più importanti per la salute e causa ogni anno 2.9 milioni di morti premature in tutto il mondo.  Un’alta concentrazione di particolato rende il sistema respiratorio più suscettibile alla infezione e alle complicanze della malattia da coronavirus. L’ipotesi di un possibile collegamento tra la diffusione del COVID-19 e l’inquinamento atmosferico è senz’altro interessante.

Professore, Lei vive fra Italia e Stati Uniti quindi ha un osservatorio privilegiato. Qual è in questo momento la situazione negli Usa?

L’America si è mostrata frammentata sin dall’inizio della pandemia. Non c’è stata una gestione univoca delle misure da adottare, la mappa dei paesi americani e di come e quando ha allentato le misure restrittive sembra aver seguito criteri geografici, sociologici e ideologici. In questo momento, negli Stati Uniti, ma nel mondo è necessario un sforzo globale, utile sia per capire quali sono le migliori misure da adottare (riguardo i test sierologici ad esempio) sia per arrivare il prima possibile al raggiungimento di un traguardo terapeutico efficace e duraturo conto il coronavirus.

Per quanto riguarda l’aspetto della ricerca, però, il governo degli Stati Uniti si è mostrato ancora una volta riconoscente verso questa disciplina, stanziando svariati milioni per supportare progetti di ricerca. Mai come in questo momento è appropriato il detto “l’unione fa la forza”, da soli non si sconfigge il virus.

 

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