MARIA PAOLA UCCISA NEL PAESE DI FINTI MORALISTI, HATERS E VIOLENTI CHE ODIANO L’AMORE

Non doveva amare quell’uomo trans. Non era normale, non era quello il binario in cui bisogna stare per le convenzioni e per la putrefatta morale di questo Paese. Maria Paola Gaglione è morta nel Paese dei violenti, degli haters e dei finti moralisti che chiamano vendetta ogni volta si esprima l’amore tra due persone. Nell’Italia delle passioni tristi e dell’ego in photoshop quella donna non poteva stare con Ciro, “perché quel trans l’ha infettata”.

Sulla strada che va da Caivano ad Acerra il fratello insegue lei e il suo Ciro. Sono in sella a una moto che cade e Maria Paola batte la testa morendo sul colpo. Voleva darle una lezione come se fossero colpevoli di un reato.

L’amore è visto come un virus mentre il Covid sconvolge mezzo mondo e qualcuno decide su due vite che avevano solo scelto di stare insieme. No, non riguarda solo le persone Lgbtq. Riguarda anche uomini e donne etero che nella violenza quotidiana (da entrambe le parti), fisica e mentale, vogliono decidere le sorti dell’altro perché non venga mai messo in discussione quel binario delle convenzioni e della morale.

Nel Paese degli haters, dei violenti e dei finti moralisti non possono tacere quelle persone che mettono al centro la vita e la libertà di uomini, donne e persone Lgbtq.

“Uccisa da chi non ama e invidioso dell’amore”

Ci sono tante reazioni dopo questo fatto di cronaca. Una di queste è quella di Maurizio Braucci, sceneggiatore napoletano pluripremiato: “la normalità, questa patologia d’ipocrisia e conformismo, è sempre alla fine un’epidemia e non un male individuale. Se una giovane donna, in una zona senza diritti di cittadinanza come il Parco Verde di Caivano, trova l’amore, allora deve essere ricondotta alla normalità, che significa l’orrore della quotidianità, solo perché i suoi riferimenti non sono uguali a quelli degli altri oppressi come lei. Ma la cultura e i linguaggi prevalenti non offrono vie di fuga a questi fenomeni, al massimo una tolleranza che è solo una forma più raffinata di discriminazione. Povera sorella, uccisa perché amava mentre altri, più forti di lei, non amano e sono invidiosi dell’amore”.

Per il sociologo Fabio Corbisiero, coordinatore Osservatorio Lgbt, “quest’ennesima morte ci dice che una legge sull’omofobia è necessaria in un Paese civile ma non è ancora sufficiente. Bisogna mobilitarsi per difendere i diritti di chi in questo momento storico ne è privato. Facciamolo in ogni modo e ad ogni costo prima che la diversità diventi disuguaglianza e la disuguaglianza si trasformi in violenza e morte”.

Daniela Lourdes Falanga, presidente di Arcigay Napoli che è al centro anche del documentario Red Shoes – il figlio del boss proiettato al Festival di Venezia: “commesso il fatto, ignorando il corpo della sorella, già esanime, si accanisce su Ciro riducendolo in fin di vita a botte. Troppa la vergogna per questo mostro, ha dimenticato che la natura che questi esseri tanto invocano, chiede che un fratello maggiore si prenda cura della sorella minore, che la aiuti a fare i primi passi da bambina, che le ceda il giocattolo più bello o l’ultimo cioccolatino. Voi mostri, la natura, non sapete cosa sia, e non allego al post articoli di giornale perché nessuno ha avuto il rispetto di parlare di Ciro al maschile e anche nel linguaggio ci assumiamo una responsabilità. Questa è una foto di una coppia bella e felice, chiediamoci come vogliamo il mondo, io lo vorrei così”.

Invece è ancora un mondo dove Maria Paola, donna lgbtq del Parco Verde di Caivano in provincia di Napoli, muore perché non è libera di amare chi vuole.

 

 

 

Autore: Giuseppe Manzo

Journalist, press office, social media manager, blogger, author

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