CAMPANIA: IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA “ALTERNATIVA” SBATTUTA ANCORA FUORI DALLE ISTITUZIONI

Il laboratorio Napoli, dieci anni dopo come l’orchestra del Titanic. La sinistra è completamente sparita dalle istituzioni regionali in Campania, almeno quella intesa “in alternativa” a Pd e M5S. Dieci anni dopo l’era de Magistris sul selciato ci sono solo macerie e zero consensi. Potere al Popolo e Terra, messi insieme, superano di poco il 2%: poco più di 50mila voti in due. L’esistenza stessa di due liste che si muovono nello stesso ambito politico e culturale ha fatto prevedere il consueto disastro.

L’analisi su Potere al Popolo, circa tre anni dopo la sua nascita, è doverosa dopo che ha fallito 3 appuntamenti per entrare nelle istituzioni nazionali e regionali. Ed è doveroso capire come sia potuta nascere l’idea di una lista parallela con il solo taglio ambientalista grazie a candidati impegnati da anni nei comitati della terra dei fuochi. Questa situazione ha solo disorientato un elettorato che, pur volendo rimanere a sinistra, aveva bisogno di certezze e di grande forza per incidere sulle decisioni istituzionali.

In queste due formazioni politiche o cartelli elettorali si muovono decine di persone ogni giorno, con serietà e impegno. Da anni questa generosità che si concretizza nei luoghi di lavoro, nelle università e nei territori rischia di essere umiliata per la mancanza di uno strumento capace di incidere sulle decisioni. Ed è così che M5S diventa forza più credibile in Campania, anche a sinistra, su tanti temi come già avvenuto nel 2018 quando le periferie di Napoli destinarono il 50% dei consensi.

Dal 2011 qualcuno è rimasto inchiodato a uno schema che non esiste più. La retorica delle “decisioni collettive in assemblea” in “nome della democrazia” sbattono in faccia alla realtà di chi come Mario Casillo prende 40mila preferenze o un Francesco Emilio Borrelli, il gabibbo della politica campana, ben 15mila (eletto o meno).

È o non è un fallimento questa pratica organizzativa che fallisce puntualmente gli obiettivi ad ogni tornata elettorale per dire “siamo solo all’inizio di un percorso”? È o non è ipocrita richiamare forme decisionali “collettive” quando nei fatti esiste un ristretto “gruppo dirigente” ma in assenza di una vera e propria organizzazione radicata? È o non è chiara la crisi di una sinistra che annaspa in una sterile estetica della lotta a suon di inutili  dirette facebook, selfie social e indignazione a tanto al chilo sui diritti?

Ed è anche chiaro che troppe persone impegnate seriamente ogni giorno sono lasciate sole quando fanno attività sindacale (lo stesso Giuliano Granato di Pap che ha pagato sulla sua pelle con il licenziamento), nelle scuole, nelle università o nelle piazze ormai vuote dove l’agire violento di un pensiero dominante ha preso il sopravvento con aggressioni contro migranti e persone lgbt.

Il mutualismo, come durante il lockdown non è sufficiente ma è una delle tante opzioni. La denuncia è il punto di partenza ma si pagano deficit clamorosi di comunicazione per l’assenza di competenze e professionisti coinvolti. La valorizzazione di giovani, donne e adulti impegnati è il dovere di chi si fa “portavoce” di un movimento politico.

Inoltre la vittoria del Sì ha confermato come contro la politica, i politici e la Costituzione si sia mosso una poderosa retorica capace di attecchire tra le fasce più deboli e fragili che non trovano luoghi e strumenti di comprensione, partecipazione e organizzazione.

Questo risultato dovrebbe richiamare alla responsabilità di chi si scontra contro un muro e far ammettere: “tutto sbagliato”. De Luca stravince non solo per le capacità comunicative e i portatori di voti, ma perché non è esiste un’alternativa. Non esiste una classe o generazione “dirigente” che si assuma le responsabilità di vittorie e fallimenti.

Servono gruppi dirigenti, leadership chiare, competenza, forme organizzate moderne e alternative, la bandiera sventolata dai lavoratori, dai precari, dagli artigiani, dalle partite Iva, dai braccianti, dai pensionati e dai senza reddito e non che si parli in loro nome. Questo dicono gli elettori nell’urna che mai mente, lo dice quella base sociale che anche stavolta ha sbattuto la sinistra fuori dalle istituzioni campane.

Autore: Giuseppe Manzo

Journalist, press office, social media manager, blogger, author

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