COVID E LA MINACCIA DI NUOVI LOCKDOWN IN CAMPANIA: “SI RISCHIA ECATOMBE ECONOMIA”

La salute è la prima cosa. Ma con un nuovo lockdown cosa accadrebbe all’economia di regioni come Lazio, Campania e del Sud? Di fame non si vive e l’ordine pubblico sarebbe messo a dura prova. A schierarsi contro questa nuova ipotesi di chiusura è anche Confcommercio che non usa mezzi termini.

“Pur condividendo la necessità di una politica di rigore nell’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale e del distanziamento sociale – fanno notare i vertici di Confcommercio Campania – riteniamo che una possibile nuova chiusura sia da evitare perche’ innescherebbe effetti devastanti sull’economia della regione e in particolare sul commercio, sul turismo e sui servizi. Non si possono infatti penalizzare attività già duramente provate che rischierebbero questa volta di non sopravvivere. Auspichiamo pertanto che l’ipotesi di un nuovo lockdown non venga assolutamente presa in considerazione, e nel caso in cui le condizioni sanitarie dovessero renderlo inevitabile bisognera’ trovare strumenti di compensazione economica adeguati ad evitare un’altra ecatombe economica per le aziende”.

Un’ecatombe, questo è il termine usato dall’associazione datoriale. In realtà una prima devastante conseguenza economica e sociale si è già verificata con la chiusura di decine di imprese e la perdita del posto di lavoro per migliaia di persone in tutto il Paese.

Secondo lo studio “I lavoratori e le famiglie esposte al lockdown”, elaborato nell’ambito del progetto MonitorFase3 e nato dalla collaborazione tra Prometeia e Area Studi Legacoop per testare l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell’epidemia Covid-19, sono i lavoratori più fragili ad aver già pagato un prezzo: under 35, basso reddito, bassa istruzione.

Ad esempio, il 52% delle famiglie con un lavoratore bloccato è in affitto o ha un mutuo, contro il 43% delle famiglie con nessun lavoratore bloccato. Inoltre, le famiglie con almeno un lavoratore bloccato hanno reddito e ricchezza netta più bassi (rispettivamente, 35.806 Euro contro 36.026, e 198.555 contro 230.559 Euro) nonché attività finanziarie e liquidità più limitate.

Il conflitto

Questa volta la scelta di chiudere non avrà come risposta quella delle canzoni dai balconi. L’esasperazione sociale e psicologica a cui sono sottoposti fasce sociali salariate e senza reddito non può più accontentarsi della retorica “andrà tutto bene”.

A Bologna un’affollata assemblea con centinaia di lavoratori autoconvocati e “combattivi” (metalmeccanici, facchini, operatori sociali e sanitari, docenti e lavoratori della scuola, del trasporto, del turismo) di diverse sigle sindacali di base hanno lanciato un manifesto di rivendicazioni sociali e iniziative, identificando con precisione la controparte: “la Confindustria di Bonomi, il governo Conte e l’UE – scrivono nel comunicato finale – stanno usando l’emergenza per ottimizzare i profitti e socializzare le perdite, anche alimentando il razzismo sul piano culturale e su quello istituzionale. In questo quadro, le richieste di patto sociale nascondono il sostegno alle ristrutturazioni produttive e l’aumento dello sfruttamento, oggi richiesti dal padronato. All’attacco a salari e diritti dobbiamo allora contrapporre una piattaforma generale di lotta che su scala nazionale”.

Il primo appuntamento sarà il 24 ottobre in ogni città. La campagna elettorale è finita, i contagi crescono e la rabbia pure. Servono soluzioni, non un continuo allarmismo mediatico.

 

 

 

Autore: Giuseppe Manzo

Journalist, press office, social media manager, blogger, author

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