“LA NAPOLI DI MIO PADRE”: IL FILM DI ALESSIA BOTTONE CHE SI ISPIRA A ANNA MARIA ORTESE

“Giuseppe guardava l’orizzonte come si osserva un desiderio, come qualcosa da raggiungere per cercare di essere libero. Fin da bambina sua figlia Alessia, la regista, lo vedeva spesso affacciarsi alla finestra, domandandosi cosa fosse in grado di attirare la sua attenzione in modo così intenso. Diversi anni dopo, durante un viaggio di ritorno a Napoli, città natale del padre, Alessia si ritrova a osservare nuovamente il padre. Anche questa volta Giuseppe è sempre di profilo e, mentre il paesaggio scorre incorniciato nel finestrino di un treno, il suo sguardo cerca di catturare ogni momento, per fermare quegli attimi e salvarli dallo scorrere veloce del tempo”.

La Napoli di mio padre è il film che nasce da due esigenze: da una parte la necessità di raccontare, in una storia, il rapporto tra padre e figlia; dall’altra la volontà di focalizzarsi sul tema della fuga, intesa dalla realtà ma anche come mezzo di sopravvivenza per i migranti e i richiedenti asilo.

“Il film trae ispirazione da un viaggio a Napoli con mio padre e mio fratello – scrive Alessia Bottone – a bordo di un treno notturno, durante il quale sono finalmente riuscita a capire cosa vedeva mio padre quando, anni prima, si affacciava alla finestra: i suoi ricordi”.

Chi sei papà? Cosa vedi fuori da questo finestrino? Tu torni a casa, io invece dove sto andando? Questi sono alcuni degli interrogativi che si è posta durante quel viaggio. “Mi sono sempre sentita parte di un Sud che ho conosciuto solo grazie agli aneddoti di mio padre e di un Nord dove sono nata e cresciuta e mi sono chiesta se questa sensazione fosse condivisa anche dai figli dei nuovi migranti. Vivere in un contesto in cui convivono più culture è indubbiamente arricchente, ma trovare una propria identità all’interno di questa ricchezza non è sempre facile. Ho quindi raccolto i ricordi di mio padre per poi tornare nella sua città natale e mi sono ritrovata davanti ad uno specchio, sorprendendomi di riuscire a vedere, finalmente, un’altra parte di me stessa. Mi sono dedicata al tema della migrazione per sintetizzare la mia esperienza sia come giornalista che come dipendente di un centro di accoglienza in Svizzera, dove ho lavorato con persone che vivevano in fuga alla ricerca di un posto nel mondo. Ho deciso di allontanarmi dai numeri e dalle statistiche per porre l’attenzione sulla paura dell’ignoto che accomuna gli emigranti italiani del secolo scorso con la valigia di cartone, ai migranti e richiedenti asilo sui barconi dei giorni nostri. Il risultato è un dialogo silenzioso tra viandanti, che custodiscono gelosamente il loro passato pur combattendo l’ambiziosa battaglia dell’accettazione e dell’integrazione in una nuova terra”.

Il tema è affrontato grazie alle immagini degli sbarchi di migranti albanesi del 1991 dell’Archivio Aamod e le riprese dei salvataggi in mare ad opera della ONG Sea Watch. Il ruolo della figlia è stato affidato all’attrice veronese Valentina Bellè, la quale ha saputo trasformare i miei interrogativi in una storia universale, un racconto che accomuna tutti coloro che sentono il bisogno di avventurarsi nella parte più intima del proprio vissuto. La voce di Valentina, talvolta malinconica e al tempo stesso magnetica e avvolgente, permette allo spettatore di entrare in contatto con i suoi sentimenti e con i suoi ricordi di bambino e lo incita ad affrontare i dubbi con coraggio e con uno sguardo indulgente.

Da un punto di vista narrativo, “mi sono ispirata al racconto ‘Un paio di occhiali’ di Anna Maria Ortese”. La protagonista dell’opera, una bambina napoletana allegra, molto povera ed estremamente miope ottiene in regalo un paio di occhiali che, per la prima volta, le permettono di vedere ciò che ruota attorno a sé. A quel punto, rendendosi conto dello squallore della sua esistenza, getta gli occhiali nel fango e preferisce tornare a vivere come prima, ignorando la realtà. Lo stesso fa Giuseppe, che fin da piccolo decide di vedere il mondo solo come piace a lui. La reazione di sua madre, che di fronte alla scoperta dell’esistenza di un altro modo di vivere si nasconde dietro le persiane della cucina, pur di non sentirsi giudicata, lo segna particolarmente indicandogli la via da seguire: il viaggio verso nuove mete all’insegna della libertà dal pregiudizio. Ed è proprio la voce narrante di Giuseppe che ci accompagna in una Napoli che non esiste più ma continua a vivere nei suoi ricordi.

Le immagini di archivio danno forma al suo viaggio nel passato, accompagnando lo spettatore in una dimensione onirica. Grazie alla partecipazione al Premio Zavattini, ho compreso la forza delle immagini di archivio e la loro vitalità ed è come se mi avessero suggerito che quella era l’unica strada da percorrere per raccontare il viaggio di una vita. La ricerca delle immagini e il loro studio, che si muoveva di pari passo con la ricostruzione dei ricordi, hanno reso la realizzazione di questo film il viaggio stesso che volevo raccontare.

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