CASO BELLISARIO, INTERVIENE LA CAMERA PENALE: “PREOCCUPATI PER CONDIZIONAMENTI”

Ha indignato e fatto scendere in piazza la decisione di mandare ai domiciliari l’assassino di Fortuna Bellisario. Il Gup ha accolto il ricorso dell’avvocato perché non ritenuto pericoloso socialmente, l’uomo deve scontare 10 anni. Dopo questa decisione sono partite proteste, sdegno mediatico e anche il monito del presidente del Tribunale Elisabetta Garzi. Sulla questione è intervenuta la Camera Penale di Napoli

“Siamo vicini ai familiari ed agli amici della sventurata Fortuna Bellisario – scrive la Camera Penale – ne comprendiamo il dolore sordo ed insopportabile, la rabbia e finanche una – per loro comprensibile – volontà di vendetta».  Tuttavia, proseguono i penalisti, « noi – e cioè tutti quelli che non hanno perso una persona cara in questa vicenda – abbiamo il dovere di non cedere a pulsioni irrazionali, di ricordare che la giustizia non può mai essere vendetta e che la qualità della funzione giurisdizionale non si misura sulla base degli anni di galera che vengono inflitti. Concetti basilari che, tuttavia, negli ultimi anni sono costantemente messi in discussione da un populismo penale che sembra ormai aver smarrito anche un qualsivoglia sub-strato ideologico per degradare a mero istinto o riflesso di maniera. Allo stesso modo, occorre sempre ribadire che i processi non si occupano mai dei fenomeni ma solo ed esclusivamente di singoli casi, ognuno diverso dall’altro».

«Nessun ergastolo, infatti, eviterà un nuovo femminicidio in futuro. Nessuna pena esemplare potrà avere efficacia dissuasiva di condotte – continua la Camera Penale – che sfuggono completamente allo schema del rapporto costi/benefici; solo una nuova struttura materiale e culturale della società (che sia pur in tempi lunghissimi sta evolvendo nei termini auspicati) consentirà davvero alle donne di allontanarsi in tempo dai propri aguzzini».

«Dunque, nessuno scandalo – secondo i penalisti – nessuna “eccentricità” ma una sentenza assolutamente coerente ed in linea con la produzione giurisprudenziale quotidianamente emessa.  E, ciononostante, a seguito della lettura del dispositivo sono partite le solite proteste: la pena è troppo bassa, l’imputato uscirà di galera dopo pochi anni, anzi è già libero perché il GUP gli ha concesso gli arresti domiciliari! È un format che si autoalimenta e che sta inesorabilmente avvelenando la qualità della nostra democrazia».

La Camera Penale mette in evidenza la preoccupazione che questa ondata di indignazione popolare e l’attenzione mediatica avrebbero spinto persino il Presidente del Tribunale di Napoli a sollevare obiezioni su un aspetto della decisione del Gup: «le spinte provenienti dall’esterno sono talmente forti che ormai travolgono, talvolta, anche i protagonisti della giurisdizione, tanto che finanche il Presidente del Tribunale si è lasciato andare, in un’intervista pubblica, a valutazioni critiche in ordine ai provvedimenti emessi dal  GUP. Nonostante il garbo e la cautela delle affermazioni, infatti, dalla intervista emerge chiaramente – allorquando si afferma che “forse la vicenda doveva essere valutata con ancora ulteriore rigore” o “magari, non avrei destinato quell’uomo nella stessa casa dove era avvenuto il massacro della donna” – una presa di distanza dalle valutazioni del GUP. Ma non solo: simili dichiarazioni rischiano di condizionare inconsciamente anche i giudici che si occuperanno in futuro della vicenda e, in particolare, i giudici del riesame che a breve saranno chiamati a rivalutare, a seguito di ricorso della Procura, la situazione cautelare dell’imputato».

«Per carità, le sentenze sono sempre criticabili – scrivono Marco Campora e Mastrocola – ed ognuno può legittimamente ritenere – previo ovviamente adeguato e consapevole studio dell’incartamento processuale – che la pena comminata sia troppo bassa o che il titolo di reato sia sbagliato. E, tuttavia, occorre registrare che la critica è sempre unidirezionale e colpisce unicamente le sentenze di assoluzione o le sentenze di condanna ad una pena non draconiana. Nessuno mai si azzarda a criticare una sentenza che commina un ergastolo, mentre costituiscono ormai un topos le grida – di solito: “Vergogna, Vergogna!” – delle vittime, spalleggiate sovente da “agitatori” politici o dell’informazione, alla lettura dei dispositivi che assolvono l’imputato o che lo condannano ad una pena non ritenuta abbastanza severa».

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