SMILE MASK SYNDROME: BENVENUTI NELLA SOCIETÀ DEI FINTI SORRISI – Di Antonio Giordano

Antonio Giordano* – La Smile Mask Syndrome (sindrome della maschera del sorriso, in homepage il Jocker del maestro pastoraio Marco Ferrigno) è un disordine psicologico ipotizzato dallo psichiatra giapponese Makoto Natsume, professore e consulente presso l’Osaka Shoin Women’s University.

Natsume iniziò a notare che un certo numero di studentesse continuavano costantemente a sorridere nonostante stessero attraversando periodi stressanti o traumatici nella loro vita. Quindi lo psichiatra iniziò a sviluppare una sua teoria sul perchè di questo fenomeno, di cui ritenne responsabile il settore dei servizi, soprattutto per le giovani donne.

I giapponesi sono noti per l’innovazione in campo elettronico e per numerose altre produzioni tecnico-scientifiche, ma il settore dei servizi rappresenta una grossa fetta dell’economia, valutata circa il 71% del prodotto interno lordo nazionale, contro il 27% circa apportato dall’ industria. La maggior parte di coloro che hanno avuto la possibilità di visitare il Giappone sono rimasti colpiti soprattutto dall’atmosfera incredibilmente accogliente e calorosa da parte dell’industria dei servizi nei confronti dei turisti, ma anche dei residenti locali.

Tuttavia sul web circolano molti post che spiegano come la gestione a capo dei servizi richieda costantemente agli impiegati di mostrare sorrisi convincenti, indipendentemente dal fatto che questi sorrisi siano reali o no. Sorridere e’ una competenza necessaria per le donne giapponesi che lavorano in questo settore. In qualche post si fa riferimento, ad esempio, a situazioni accadute a personale di hotel, cui è stato richiesto di esercitarsi per ore a sorridere in maniera adeguata prima di poter riprendere il servizio. Il professor Natsume ha osservato che le sue pazienti sottolinevano costantemente l’importanza di mostrare il sorriso quando la conversazione volgeva sul loro posto di lavoro.

Le pazienti spiegavano come, secondo loro, il loro sorriso avesse un impatto sull’assunzione e come i loro superiori sottolineassero continuamente come un sorriso fatto ad arte potesse avere effetto positivo sui clienti. Ma lo psichiatra sottolineava anche come questa forzatura a sorridere in maniera non naturale per così lungo tempo comportava una repressione delle emozioni reali e a poco a poco le persone diventavano depresse. Natsume ha osservato che, sebbene prevalente nelle donne, la sindrome della “smile mask” può presentarsi anche negli uomini. Inoltre, molte persone che non erano inizialmente affette da depressione iniziavano a soffrirne nel momento in cui erano obbligae a mostrare un finto sorriso per tempi prolungati.

Secondo l’autore giapponese Tomomi Fujiwara, la richiesta di sorridere nel posto di lavoro è emersa intorno agli anni ’80, quando l’apertura di Tokyo Disneyland nel 1983 ha introdotto profondi cambi culturali nel paese. Anche in Corea stata identificata la sindrome: lo scrittore coreano Bae Woo-ri ha notato come la capacità di sorridere in maniera appropriata fosse in grado di conferire vantaggio per le assunzioni e sia quindi diventata un attributo necessario per molti impiegati, quasi un’uniforme.

Indossare per tutto il giorno quella maschera di sorriso perfetta allo scopo di attirare clienti, tuttavia, renderebbe suscettibili oltre che a depressione, anche ad altri devastanti effetti psicologici, oltre che a lesioni al volto, dolori muscolari e mal di testa simili a danni da sforzi ripetitivi. Lo psicologo Yoon-Do-rahm ha paragonato la società attuale, piena di finti sorrisi, ad uno spettacolo di clown: pieno, ma anche vuoto e finto, di sorrisi.

*direttore Sbarro Institute Filadelfia, cattedra anatomia-patologica Università di Siena, comitato scientifico Istituto Superiore di Sanità

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