SEID VISIN E QUELLA BRUTALE INVASIONE SUL “MISTERO DEL SUICIDIO” DI MEDIA E POLITICA

( G. M. ) – Circa 15 anni fa nel giornale locale dove muovevo primi passi da cronista, Napolipiù, c’era non dei codici. C’erano dei confini che la deontologia non poteva valicare. Uno di questi era la notizia di un suicidio. C’erano colleghi che si rifiutavano di scriverne e firmarlo, la news andava sempre in uno spazio molto limitato, pubblicata per dovere di cronaca ma con uno spazio limitato e senza foto. Ho seguito quella lezione e oggi mi ritrovo a parlarne, o almeno indirettamente, per difendere proprio quella scelta deontologica.

La vicenda di Seid Visin dopo 15 anni ci pone diverse domande dopo che il padre ha dovuto smentire che quella lettera scritta due anni fa fosse il messaggio prima del gesto ma era stata solo letta durante l’omelia funebre.

Cosa è successo? Com’è possibile “sparare” su tutti i media, giornali e siti che c’è una lettera con i motivi del gesto senza una verifica o almeno il pudore del dubbio? Com’è possibile l’invasione politica e pubblica di quello che uno dei gesti su cui nessuno può esprimersi per la sua tragica intimità? Cosa è successo per diventare così brutali e anche meschini tanto da creare uno scontro politico su un gesto estremo?

Media e politica da una parte, però, sono degne rappresentati di una “opinione pubblica” Paese sempre più famelica di gossip da rimestare nelle vite altrui per poi farne bandiera di improbabili battaglie etiche.

Il giornalista Stefano Trasatti lo ha spiegato benissimo su facebook in un post che andrebbe letto parola per parola: “per il futuro vorrei suggerire una cosa molto semplice: rispettare il mistero del suicidio. Sempre. In particolare sui mezzi di informazione e sui social. Non cedere alla tentazione di ‘intuire’ il motivo del gesto, neanche se ci sono ‘segni’ molto invitanti. Non serve a nulla, se non a stuzzicare, o consolare, noi che siamo rimasti vivi. O a rinforzare qualche nostro pregiudizio. Soprattutto, la nostra interpretazione non sarà mai corretta, perché manca l’unica persona che la potrebbe avvalorare. Perché non c’è (quasi) mai una sola causa dietro la scelta di togliersi la vita; perché quella scelta non è mai frutto di un episodio improvviso; perché dietro c’è un processo che non possiamo conoscere a sufficienza, e che dobbiamo rispettare in silenzio”.

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