PAGATI 1,20 EURO A CASSA: I 2000 BRACCIANTI SFRUTTATI NELLA PIANA DI GIOIA TAURO

Foto Valerio Muscella

Per l’ottavo anno consecutivo, Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha operato nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, durante la stagione di raccolta agrumicola con l’obiettivo di promuovere la tutela della salute e dei diritti fondamentali dei circa 2.000 braccianti stranieri impiegati in agricoltura in condizioni di grave sfruttamento.

Un team multidisciplinare ha raggiunto per mezzo di una clinica mobile diversi insediamenti ufficiali e informali, in particolare: la Nuova Tendopoli di San Ferdinando, i casolari nelle campagne di Rizziconi e Taurianova, il campo container di Contrada Testa dell’Acqua nel Comune di Rosarno. Oltre a fornire prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario il team ha svolto una costante attività di orientamento legale e ha supportato le istituzioni sanitarie locali nelle attività di screening per la prevenzione e il contenimento del Covid-19.

Il rapporto Zone rosse, lavoro nero si avvale del contributo della giornalista Sara Manisera e della ricercatrice Sabrina Garofalo che analizzano rispettivamente il carattere sistemico dello sfruttamento lavorativo in agricoltura e la relazione tra corpi, territorio e salute.

A otto anni dall’inizio delle attività di MEDU nella Piana, il panorama resta desolante: tendopoli che si trasformano in baraccopoli, cumuli di rifiuti negli insediamenti informali come nei centri abitati, trasporti inesistenti, sanità al collasso, istituzioni impotenti e spesso commissariate, lavoro nero e grigio diffusi, settore agricolo in crisi. L’accesso alle cure è ostacolato da impedimenti burocratici, mancanza di informazioni, isolamento dei luoghi di vita e di lavoro.

L’esercizio di diritti basilari quali l’iscrizione anagrafica, il rinnovo dei documenti di soggiorno, l’accesso alla disoccupazione agricola o all’indennità di malattia resta ancora oggi precluso a molti lavoratori, a causa delle irregolarità contrattuali, salariali e contributive che caratterizzano in modo sistematico i rapporti di lavoro.

La seconda ondata del Covid-19 ha colpito il campo container di Rosarno e la Nuova Tendopoli di San Ferdinando, portando all’istituzione di due zone rosse, ma le iniziative di sorveglianza epidemiologica per il contenimento del virus messe in atto delle autorità sanitarie locali si sono dimostrate incoerenti e scarsamente efficaci. Oltre all’emergenza sanitaria, diversi incidenti stradali hanno coinvolto i braccianti mentre raggiungevano o tornavano in bicicletta dai luoghi di lavoro, uno dei quali costato la vita a un giovane uomo, Gassama Gora, investito da un’automobile il 21 dicembre 2020 e lasciato a terra senza soccorso.

Le 324 persone che si sono rivolte a MEDU per assistenza medica o per supporto socio-legale erano giovani uomini, nel 94% dei casi regolarmente soggiornanti in Italia con un’età media di 32 anni e provenienti dai Paesi dell’Africa sub-sahariana occidentale. Solo il 13% dei pazienti visitati era iscritto al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e nella maggior parte dei casi le patologie riscontrate erano ascrivibili alle precarie condizioni di vita e di lavoro dei braccianti.

In relazione alle condizioni lavorative, solo il 56% dei lavoratori assistiti era in possesso di un contratto e di questi solo il 52% percepiva una busta paga. In tutti i casi, le giornate lavorative registrate in un mese, non erano superiori a 10, nonostante la maggioranza dei braccianti lavorasse tra i 5 e i 7 giorni a settimana in alta stagione, in media 8 ore al giorno, con un compenso medio di 35 euro al giorno, oppure, in caso di lavoro “a cottimo”, di 1,20 – 1,50 euro per ogni cassetta da 25 chili.

L’emanazione di importanti provvedimenti normativi quali la legge n. 199 del 2016 per il contrasto al caporalato, le recenti iniziative istituzionali, in particolare l’istituzione del Tavolo caporalato e l’approvazione nel 2020 di un Piano Triennale per il contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo in agricoltura, l’intensificazione dei controlli sulle aziende agricole, non hanno avuto ad oggi un impatto significativo sui fenomeni di sfruttamento e non hanno intaccato in alcun modo i meccanismi di funzionamento della filiera produttiva, che ne rappresentano la principale causa.

A fronte del quadro descritto, MEDU si rivolge al governo, alla regione Calabria e alle altre istituzioni tornando a chiedere misure di sistema, nell’immediato e sul lungo periodo.

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