FARE IMPRESA IN CAMPANIA, ARRA (RIGENERA HBW): “VIGILARE SU KNOW HOW AZIENDE CHE RICEVONO FONDI”

Giancarlo Arra

G. M. – Fare impresa al Sud: mission impossibile? Ne parliamo con Giancarlo Arra che con i suoi soci, quasi tutti campani come Antonio Graziano, Riccardo D’Aquino e Alberto Sicurella, di Rigenera HBW che ha sede a Torino sta provando a investire nella nostra regione ma le difficoltà sono tante, a partire dal rapporto con le Pubbliche amministrazioni e dal contesto culturale verso le imprese.

Rigenera è una realtà imprenditoriale giovane e affermata, qual è il bilancio dell’impresa che investe in strumenti sanitari e biotecnologie? 

Rigenera è una realtà in grande crescita ed espansione a livello globale con l’apertura nel mese di novembre di una sede commerciale in Oriente con costante incremento della quota di mercato per il suo dispositivo medico brevettato; questo incremento e questa espansione geografica è continua nonostante stiamo parlando di un mercato particolarmente complesso sia per le normative nazionali e internazionali che regolano la distribuzione di materiale medico che per la presenza di competitor particolarmente strutturati e radicati che non lasciano in condizioni normali molto spazio di manovra all’entrata di nuovi player.

Come sarà il Polo tecnologico di Rigenera Hbw: aprirà a Torino in autunno

A Torino aprirete un polo biotecnologico mentre in Campania come mai non avete trovato spazio per nuovi progetti? 

Rigenera HBW ha la propria sede storica a Torino, nonostante una parte consistente del cda sia di origine napoletana; proprio a Candiolo, vicino Torino, grazie anche al supporto della Regione Piemonte abbiamo investito più di 2 milioni di euro e in autunno apriremo un grande Polo Tecnologico dove al fianco di HBW saranno presenti le maggiori aziende del mondo del biotech.

La struttura sarà completamente al 100% green grazie ad un mosaico di pannelli solari e con una flotta a disposizione di veicoli elettrici, il futuro è sicuramente avere un azienda ad impatto zero. Avevamo pensato di delocalizzare a Napoli, dove abbiamo una sede commerciale e una divisione di ricerca clinica, parte dei progetti, in particolare quelli più innovativi e ancora in fase prototipale, creando un indotto lavorativo per molti giovani che ad oggi sono costretti a muoversi dalla propria città ma  purtroppo non abbiamo trovato il necessario colloquio con le Istituzioni locali che per un’azienda come la nostra sono vitali non potendo contare sulle disponibilità di una grande multinazionale.

Bisogna assolutamente innanzitutto controllare tutti i finanziamenti ma soprattutto avere un organismo di vigilanza che valuti attentamente il know how delle aziende che percepiscono i finanziamenti regionali.

C’è pure il rischio che la mancanza di aziende che investono continua la fuga dei neolaureati al Nord e all’estero?

Questa è una conseguenza già in atto ma non solo: prima potevano formarsi all’estero e poi rientravano, oggi invece no e restano in altri Paesi. Questo fenomeno si lega anche al ciclo della formazione universitaria che può disicentivare gli studi specializzati nel Mezzogiorno con il rischio della desertificazione di figure professionali nel campo delle tecnologie e delle scienze in generale. Serve innovazione che esiste ma non viene valorizzata e alimentata dalle istituzioni locali.

Fare impresa oggi al sud: qual è il primo nemico da sconfiggere?

Il primo nemico è la diffidenza, diffidenza culturale che  associa l’idea dell’impresa ad un qualcosa di misterioso e non sempre positivo ; legato a questa generale diffidenza c’è un sistema della burocrazia che di conseguenza mira più a rallentare e frenare che incentivare e promuovere la libera impresa che, in particolare in un settore innovativo e tecnologico è motore di occupazione, cultura e benessere sociale per il territorio in cui risiede. Bisogna sburocratizzare e semplificare  la macchina amministrativa si parla da sempre, come di un’assoluta, urgente necessità per liberarlo da uno dei principali ostacoli che frenano il suo sviluppo economico e sociale.

Ne abbiamo preso nuova e drammatica coscienza in questi mesi, in occasione della pandemia, quando l’erogazione dei finanziamenti indispensabili per assicurare la sopravvivenza delle famiglie e delle imprese è stata ritardata e resa difficile proprio dai meccanismi farraginosi previsti dalle leggi e dai decreti. Purtroppo anche su questo il sistema politico italiano sconta un colpevole ritardo nel senso che il tema non è mai stato affrontato in modo radicale e sistematico.

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