“È STATA LA MANO DI DIO” È UN FILM (DA OSCAR) CHE RACCONTA LA TRAGEDIA E LA VERITÀ DI NAPOLI


Giuseppe Manzo – Non è un omaggio a Napoli né un atto d’amore per Maradona. “È stata la mano di Dio” è un film che racconta un dolore e quella verità che nessuno sa sulla città che tutto il mondo conosce, come canta Pino Daniele nel finale di “Napule è”. È un’opera cinematografica che racconta la tragedia napoletana mascherata dalla risata dissacrante.

Paolo Sorrentino affronta il dramma personale facendoci osservare la doppia faccia, quella della bellezza e della condanna che incarna una comunità capace di adattarsi nel corso della storia, senza mai perdere la sua identità. “Tu non sei solo Fabio, tu sei stato abbandonato” dice Antonio Capuano mentre gli mostra il Golfo e la bellezza. Perché a Napoli succede così, non si rimane mai soli ma la città può abbandonarti e farlo nel modo più feroce.

Le risate della prima metà del film sono quelle di chiunque venga a Napoli ma non sa “quello che accade nelle case degli altri”, come dice la vecchia baronessa perché dietro quelle porte ci sono i dolori e i drammi che si schiudono dopo le risate “napoletane”. Lo diceva Massimo Troisi in un famoso monologo a chi credeva che da queste parti ogni giorno andassimo in giro con il mandolino e mangiassimo la sfogliatella.

Il piccolo Sorrentino si muove nella Napoli degli anni ’80, più articolata ma ben integrata nei suoi filamenti sociali dove la città di sopra e quella di sotto si incontrano, ridono e soffrono insieme. La sua amicizia con il giovane contrabbandiere che sognava di fare il pilota di off shore e invece finisce in carcere come il destino dei “muschilli” dannati che non conoscono epoca.

A differenza di quegli anni, quando il Pibe de Oro regalava il sogno di una vittoria fatta in casa, dove Napoli poteva dire “ho vinto”, oggi esplode un unico grand trash dove la città di sopra e quella di sotto sono completamente arrese al ricatto della bellezza: “guarda, la tieni qualcosa da raccontare?”, grida Capuano al piccolo Sorrentino.

Sì, ce l’ha qualcosa da raccontare ed è ancora e sempre un dolore. Ma non può farlo qui, il talento non lo puoi esprimere a Napoli né puoi vincere l’Oscar. Come Eduardo, Totò, Troisi, Pino Daniele e tanti altri qui nessuno è rimasto. E se qualcuno ha vinto, come Diego, è dovuto scappare di notte su un aereo “abbandonato” dalla città che lo acclamava. È questa la verità che nessuno conosce, la tragedia e l’inganno dietro il sorriso e la bellezza, è quel treno che il piccolo Sorrentino prende sorridendo al “munaciello” e andando verso il suo futuro.

Sorrentino si è salvato due volte, con la “mano di Dio” e poi scappando da questa città. Un film verità, non solo quella intima ma di un’intera città che ancora è incapace di guardarsi allo specchio e vedere in faccia questa verità che il mondo non conosce. Un film da Oscar.

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