NAPOLI, LETTERA DELLE DONNE DI SCAMPIA: “VOGLIAMO UNA STRAORDINARIA NORMALITÀ”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che arriva da un gruppo di donne di Scampia con l’associazione Chi rom e chi no e la Kumpania

“Siamo un gruppo di donne di Scampia che con la Kumpania e l’Associazione Chi rom e… chi no intrecciano le loro storie di vita e il loro futuro all’interno del centro Chikù cultura gastronomia e tempo libero.  La nostra età non conta molto, ma è di un tempo fatto ancora di sogni, ambizioni, conflitti, aspettative, anche se non ci facciamo troppe illusioni. Siamo madri, figlie, amiche, sorelle che condividono gli stessi sogni e bisogni, disagi e frustrazioni. 

A Scampia le donne sono la maggioranza. Siamo noi a portare i figli a scuola, a prenderli, li accompagniamo a calcetto, al doposcuola, o ai laboratori, andiamo a fare la spesa, ci prendiamo cura degli anziani, poi usciamo dalla circolazione quando si tratta di chiudersi in casa perché c’è una pandemia e bisogna fare la didattica a distanza, oppure si fa troppo tardi per andare in giro da sole. 

Alcune – dopo aver sistemato tutto e tutti, facendo un lavoro di cura che sarebbe inquantificabile se uno andasse a contare le ore ma che invece non è sostenuto né considerato- vanno a “lavorare” se così può essere definito il mondo del lavoro informale, sottopagato, senza alcuna garanzia o prospettiva. 

Tutto questo, però, se si ha la fortuna di avere un lavoro – regolare o meno, ma che importa – o che ha retto all’impatto della crisi, o che non l’ha licenziata, o che non è stata costretta a lasciare perché era impossibile da conciliare con il ritmo di vita degli altri. Non il proprio ritmo di vita, quello sparisce indifferentemente fagocitato dalle esigenze altrui. 

Andarsi a fare una passeggiata o dedicarsi al proprio tempo libero senza sentirsi in colpa, è praticamente impossibile, anche perché se non hai una macchina, o se non puoi pagare l’assicurazione, non hai il tempo di concederti nulla. Nel quartiere-città che qualche anno fa secondo le statistiche era il più giovane d’Europa, non c’è molto riguardo per la quotidianità e il benessere delle bambine, dei bambini, delle giovani e delle donne che se ne prendono cura nella maggior parte dei casi. 

Non ha riguardo per le studentesse universitarie o per le lavoratrici che vanno fuori dal quartiere in metropolitana e la sera al ritorno, si ritrovano in un deserto perché non ci sono autobus. Per non parlare di una vita notturna che, se si riesce ad affrontare senza paura, diventa quasi un lusso. La difficoltà di spostarsi in un territorio così vasto è forse tra le prime cause di disagio e di isolamento. 

Le città del mondo non hanno molto riguardo per chi deve muoversi magari con un passeggino e magari fare quattro cose contemporaneamente, ma ragionano, se tutto funziona bene, in maniera lineare, per un percorso che va dal punto A al punto B e ritorno, che assomiglia di più a quello che fa il buon padre di famiglia che esce di casa alle 7 e ritorna alle 19 per andare a lavorare. Se non funziona bene, come in questa periferia del sud Italia, la situazione è molto caotica e in fondo faticosa anche per il padre di famiglia. 

Per  noi ci sono mille difficoltà in più. La carenza di asili nido, le scuole senza l’orario prolungato nel pomeriggio, i pochi spazi comunitari, la difficoltà di accesso ai servizi per la persona. Poi c’è la sicurezza urbana, soprattutto la sera quando cala il buio e l’illuminazione pubblica è insufficiente determinando tante rinunce per raggiungere il centro o i luoghi dove potersi dedicare al benessere, alle relazioni e al tempo libero. 

A noi l’ambizione e il sogno e l’impegno di portare avanti uno spazio che è una scommessa: il centro interculturale Chikù dove ci siamo unite per avviare un’impresa sociale che fosse a misura dell’universo guardato e vissuto al femminile. 

Abbiamo unito le forze e le voci per portare quotidianamente avanti richieste precise. Vogliamo asili, servizi pubblici, scuole aperte il pomeriggio, investimenti per rendere gli spazi pubblici culturali aperti e fruibili, una maggiore mobilità, la sicurezza per poter prendere una metro o passeggiare per strade illuminate. Vogliamo l’Università promessa per vedere il nostro quartiere attraversato da contaminazioni culturali e occasioni di lavoro per tutti e tutte”.

Associazione Chi rom e…chi no

Kumpania

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