IL LAVORO E IL “QUITE QUITTER”: FORSE HANNO RAGIONE LORO? LA RIFLESSIONE DI ANTONIO GIORDANO

Antonio Giordano* – Secondo alcuni la Generazione Z ha abbandonato la cultura del lavoro duro, declinando un modo di vivere dedito all’ abbandono sistematico e silenzioso di ogni sforzo, abiurando a quelli che sono i principi dell’utilità sociale e della contribuzione al comune benessere, pur di evitare il burn out, l’esaurimento nervoso da stress lavorativo. 

È un ragionamento corretto?  Cosa ha trovato questa generazione nella attuale società, in termini di opportunità di lavoro? 

Molti giovani, anche se qualificati, restano per anni ingabbiati in situazioni di precariato, senza poter sperimentare o sognare soltanto un’idea di futuro.  Restano sospesi i progetti di metter su famiglia per rimanere in quelle di origine, veri ammortizzatori sociali.

Inoltre, la crisi della scuola non riesce a  garantire e a favorire l’entrata nel mondo del lavoro. Questo nuovo fenomeno sociale che sconvolge tanto gli esperti per l’atteggiamento  rinunciatario dei ragazzi di generazione Z, dovrebbe spingere a riflessioni ben più profonde. 

Non si tratta di fuga dalle responsabilità, ma di denunciare il sistema iniquo a cui non vogliono piegarsi.

Trovare spazi nuovi dove il concetto obsoleto di lavoro dipendente trovi sbocchi migliori e tempi più sostenibili è una evoluzione, di più, è una rivoluzione. Invece di criticare il modo di vivere dei Quite quitter dovremmo attenzionarlo  perchè probabilmente fotografa una realtà diversa ma più moderna di società.

I contratti di lavoro, laddove siano più di un miraggio, sono da rivedere: in Svezia, nei Paesi Scandinavi, i modelli produttivi sono diversi e più sostenibili rispetto al miope pragmatismo americano e immuni da tracce di sfruttamento. Probabilmente andrebbero emulati così come dovrebbero essere ascoltate le istanze dei giovani di oggi. Il fenomeno dei Quite Quitter è una opportunità di riflessione e di revisione, una occasione di svecchiare i modelli a cui siamo legati per mera abitudine e che non decretano il successo di una impresa.

Facile è criticare il disagio ed interpretare l’allontanamento da modelli precostituiti; il difficile è capire e trovare nuovi approcci per comunicare con realtà nuove e nuovi modi di concepire la vita lavorativa.

*presidente Sbarro Institute di Filadelfia – professore Università di Siena, coordina il gruppo programma ambiente e salute Pnrr per il Ministero della Salute

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