LA VITA BUGIARDA DEGLI ADULTI: IL NERVOSISMO DI CHI A NAPOLI NON AMA GUARDARSI ALLO SPECCHIO

Giuseppe Manzo – Dal 4 gennaio su Netflix si può vedere la serie La vita bugiarda degli adulti, 6 puntate che mettono sullo schermo il romanzo di Elena Ferrante con la regia di Edoardo De Angelis con Alessandro Preziosi, Valeria Golino, Pina Turco tra gli altri e la giovane Giordana Marengo nel ruolo di protagonista. Questa serie ha provocato diverse reazioni su alcuni temi di un racconto che ci riporta negli ambienti borghesi di sinistra della Napoli anni Novanta.

Non è una recensione nè tantomeno una lettura della fiction ma serve analizzare proprio queste reazioni: a Napoli c’è difficoltà a guardarsi allo specchio, c’è sempre qualcuno che racconta male la realtà.

Centri sociali (che furono)

Uno dei primi aspetti sensibili è l’immagine delle ragazze che entrano nello storico centro sociale Officina 99. Lì un giovane chiede appena entrato “un pezzo da 10”, la stecchetta di fumo come altre droghe leggere che si consumavano (e consumano) nei centri sociali ai concerti della scena hip/hop e di altri generi dell’underground musicale. Ebbene questa sarebbe stata una visione distorta alimentando un’ipoocrisia perbenista che sta investendo anche ciò che rimane della sinistra “antagonista”.

Eppure chi ha attraversato i centri sociali, fuori da ogni ipocrisia, dovrebbe rivendicare l’uso delle droghe leggere perché proprio lì ci sono state e ci sono ancora battaglie anti-proibizioniste e mobilitazioni per la cannabis legale insieme alle organizzazioni della società civile. Non è solo questo la storia dei centri sociali e di Officina, ovviamente, ma è un pezzo importante e negarlo sarebbe disonestà intellettuale.

Secondo punto sensibile è la scena delle punkabbestia che aggrediscono le ragazze “vomeresi” perchè sono vestite in modo diverso. Anche questa era una scena solita nei collettivi universitari e nei centri sociali anni Novanta (e anche più recenti). Ragazzi e ragazze di stampo alternativo che “insegnavano” i bisogni dei proletari prima di tornare nel proprio attico, nella seconda casa al mare a Procida o nella terza a Roccaraso sfoggiando guardaroba selezionato, scooter e auto. Addirittura nelle manifestazioni delle lotte per la casa c’era chi di abitazioni di proprietà ne aveva 3 o 4.

Fuori da ogni ipocrisia la componente dei figli/e di avvocati, politici, medici, professori universitari e notabili con il vestito della “sinistra alternativa” era importante in questi luoghi (definiti con la dicitura dei “disponibili alla lotta”) e ha anche condizionato scelte e percorsi politici, mentre i figli dei proletari restavano nei loro rioni bunker prima di emigrare o prendere strade ben peggiori (invertendo lo scenario che vedeva il protagonismo dei settori popolari nell’attivismo politico del novecento).

Dualismo napoletano

Su questo aspetto si collega anche il dibattito sulle “due Napoli”: quella di Vomero-Posillipo e quella delle periferie. Questo dualismo è sempre esistito ed esiste ancora perché lo dicono i numeri. I parametri su reddito, lavoro, dispersione scolastica, disoccupazione e criminalità pongono i quartieri collinari in una composizione medio-alto borghese dove ci sono alti tassi di istruzione e dove il voto si è stabilizzato prettamente sul centro-sinistra. Al contrario le periferie nord, est e ovest hanno tassi di disoccupazione e abbandono scolastico al di fuori della soglia europea. Ciò che accomuna queste due città sono il tifo per il Napoli e l’emigrazione, più o meno forzata.

Certo, oggi la situazione è ancora più fluida con i giovanissimi che riescono a uniformarsi su slang, costume e musica di tendenza ma lo stato della situazione sociale resta immutata. Eppure Napoli non ama guardarsi allo specchio. Accadde con Gomorra e anche con E’ stata la mano di Dio, ora accade con questa fiction dove il personaggio interpretato da Pina Turco pronuncia una frase che può riassumere bene tutto: “in questa città tutti dicono di volersi bene ma è una bugia e non è bella”.

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